Il grande brigantaggio

In alcune delle pagine migliori del suo capolavoro "
Cristo si è fermato a Eboli" (1942), Carlo Levi indaga lo sguardo dei contadini lucani di Aliano (Gagliano) sulla storia. "I contadini di Gagliano non si appassionavano alla conquista dell’Abissinia, non si ricordavano più della guerra mondiale e non parlavano dei suoi morti: ma una guerra era in cima ai cuori di tutti, e su tutte le bocche, trasformata già in leggenda, in fiaba, in racconto epico, in mito: il brigantaggio. Sono le guerre combattute sotto i loro neri stendardi, senz’ordine militare, senz’arte e senza speranza: guerre infelici e destinate sempre ad essere perdute; feroci e disperate, e incomprensibili agli storici. La guerra dei briganti è praticamente finita nel 1865; erano dunque passati settant’anni, e soltanto pochi vecchissimi potevano esserci stati, partecipi o testimoni, e in grado di ricordare personalmente quelle imprese. Ma tutti, vecchi e giovani, uomini e donne, ne parlavano come di cosa di ieri, con una passione presente e viva. Quando conversavo con i contadini, potevo esser certo che, qualunque fosse l’argomento del discorso, saremmo presto scivolati, in qualche modo, a parlare dei briganti". 

All'epoca del romanzo di Levi, il tema del brigantaggio era ancora poco considerato e sdoganato. Era stata una guerra durissima e sanguinosa, ma giudicata dalla cultura ufficiale come da "epurare" o almeno sottacere: l'esercito unitario non aveva affrontato un'armata straniera, ma bande irregolari di briganti, e per di più italiani e nativi del più grande stato pre-unitario annesso al Regno di Sardegna. Un'analisi del brigantaggio, per quanto modesta e oscura potrà rimanere, ci sembra necessaria, soprattutto perché oggi, al contrario che nell'Italia di allora, il tema è talvolta persino abusato, sbandierato da una cultura mediatica che non lo capisce, come non lo capivano (anche se in senso diverso) i liberali del Risorgimento, perché non comprende l'orizzonte mentale e sociale che lo partorì, lontano anni luce dal nostro. Finisce così che nei briganti si esalti o si maledice ciò che, con l'occhio dell'oggi, più si preferisce vedervi, banalizzando un quadro storico che è invece estremamente complesso. Lo ripercorreremo, con una particolare attenzione alla vicenda storica e personale di Carmine "Donatello" Crocco (che si può vedere ritratto in capo all'articolo), l'autoproclamato "generale" degli ultimi briganti della Basilicata, soprannominato per la notevole abilità guerrigliera il "Napoleone dei briganti". 

Quando si parla di grande brigantaggio si parla principalmente appunto di Basilicata. Questa la regione che del fenomeno fu cuore ed epicentro, e per ragioni che presto andremo a vedere. Come noto, essa faceva parte nel 1860 del Regno delle Due Sicilie, ultima denominazione assunta a partire dal 1816 dal duplice trono del Mezzogiorno italiano. L'espressione "Due Sicilie" è in realtà molto più antica: se in età classica la Sicilia era stata solo l'isola propriamente intesa, l'epoca sveva lascerà ai posteri l'idea e la memoria che un Regno di Sicilia dalla fiorente vita culturale ed economica si fosse esteso per tutta l'area meridionale (con le famose costituzioni di Federico II redatte proprio a Melfi, futura terra di Crocco). Era così rimasta, per distinguere, l'idea di "Due Sicilie", una "al di qua del faro" (il Regno di Napoli) e l'altra "al di là del faro" (il Regno di Sicilia propriamente detto). I troni di Napoli e Palermo, distinti per gerarchia feudale e considerabili propriamente due stati differenti sotto un unico sovrano, arriveranno solo dopo secolari peripezie dinastiche all'epoca del brigantaggio, unificati nel 1816 da Ferdinando I di Borbone. Alla morte di Corradino succederà il periodo angioino di matrice francese, eclissato nel 1442 dalla conquista aragonese. Da allora, le Due Sicilie erano state sostanziale vassallo della Corona spagnola (cosa destinata a lasciare tracce profondissime in fatto di lingua e cultura), divenendone vicereame fino al 1707, anno del passaggio al vicereame austriaco. Sarà dopo la fine di questa nuova breve annessione che finalmente Napoli e Palermo riavranno una vera indipendenza, con la conquista del reame da parte di Carlo di Borbone (1732), che una volta divenuto Re di Spagna lascerà a Napoli un ramo cadetto autoctono ridando al Mezzogiorno l'indipendenza. 

"Regno delle Due Sicilie", Benedetto Marzolla (1841).

Questo verboso ricapitolamento può servire ad avere un'idea di quanto la situazione politica delle Due Sicilie fosse stata secolarmente malferma. Sui Borboni di Napoli molto si è scritto¹. Dopo l'unificazione, la cultura liberale fece di loro (e dello Stato Pontificio e dell'Impero austriaco) la bestia nera, emblema di tirannide e corruzione, tant'è che "borbonico" è entrato nel linguaggio corrente in senso spregiativo. Di converso, una rinascita di fervore identitario in reazione al fenomeno leghista settentrionale negli ultimi decenni ha prodotto un'ondata di neoborbonismo (spesso fenomeno più revanscistico che propriamente monarchico, ed anzi talvolta peradossalmente tendente a sinistra). Naturalmente entrambe le versioni sono tendenziose, la prima per deformazione ideologica, la seconda per miopia storiografica e banale ignoranza del contesto. Sicuramente il merito principale dei Borboni fu proprio quello di aver ridato al Mezzogiorno un'indipendenza ed una dinastia radicata sul territorio, legata visceralmente all'anima nazionale financo nella lingua (i re borbonici parlavano addirittura napoletano colorando la gloria regale con sprazzi di vivacità popolana partenopea). Il loro regno non era certo l'ingenuo paradiso dei neoborbonici odierni, quanto piuttosto un tipico reame agricolo ottocentesco, non privo di vistosi problemi come di punti di forza (un ottimo mercato d'esportazione ad esempio) e di alcune tra le città (Napoli, Taranto, Palermo) più vivaci d'Europa, come testimoniano i diari di viaggio dei Goethe e dei Cooper. Si può dire senza tema di smentita che nel Settecento, Napoli fosse stata tra le più luminose (oltreché la più popolosa) tra le capitali italiane ed europee, e ancora l'Ottocento manifesterà talvolta sprazzi di quella stagione, come confermano le impressioni del già citato James Fenimore Cooper nel 1838 ("Roma e Pisa sono morte. Firenze non è morta ma dorme. Solo Napoli straripa di vita"). 

Ma se vogliamo venire ai briganti dobbiamo passare dagli splendori da cartolina ad olio della Napoli borbonica alle estreme ristrettezze della campagna lucana, pugliese, abruzzese e calabrese, impenetrabile per l'assenza di strade e popolata da un contadinato davvero misero. Facilmente addebitata dalla cultura risorgimentale ad un generico "malgoverno borbonico", questa situazione era in realtà retaggio d'uno stato di cose antico dipendente in gran parte proprio dalla scarsa tenuta dinastica del territorio nei secoli, la quale non aveva banalmente permesso il formarsi, tra Medioevo ed età moderna, d'una piramide feudale ordinata ed equilibrata (in luogo dell'avvicendata stratificazione del latifondo baronale) né di grandi istituzioni comunali. La successiva Italia unita peraltro pressoché nulla farà per risolvere questa situazione di disagio agricolo, che anzi secondo lo stesso liberale Francesco Saverio Nitti arriverà sotto diversi aspetti addirittura a peggiorare per via dell'alto carico fiscale e dell'abolizione di quegli istituti del feudalesimo napolitano (riconosciuti anche da un erudito socialista locale quale Tommaso Pedio) che pur tutelavano in qualche modo il contadino assicurandogli stabilità e (nelle parole del Nitti) una "grossolana prosperità" nonostante la povertà generale. Scrivere la storia delle diatribe terriere del Meridione sarebbe affare di libro, non di breve contributo. Un'ambiziosa riforma varata dagli occupanti francesi di Gioacchino Murat nel 1806 non fece altro di fatto che permettere alla borghesia di provincia (unico sostegno dell'impopolare occupazione rivoluzionaria al di fuori dei circoli "giacobini" cittadini) di ascendere al latifondo affiancandosi ai vecchi feudatari. La dinastia borbonica a sua volta in ben tre momenti (l'ultimo dei quali ancora negli anni Trenta dell'Ottocento) aveva provato a venir incontro ai braccianti col modello dell'enfiteusi incoraggiando una più diffusa distribuzione della proprietà, ma si era infine arresa dinanzi alle resistenze notabilari. Va notato peraltro che quegli stessi notabili di provincia (sia nobili che borghesi) saliranno in massa nel 1860 sul carro del vincitore assicurando tutelati i propri interessi da interventi di questo tipo, che arriveranno solo negli anni Cinquanta del Novecento. 

In questo quadro, il brigantaggio è un fenomeno endemico, organico alle dinamiche degli strati più poveri della popolazione. A dirla tutta, non si tratta di qualcosa di esclusivo del Regno delle Due Sicilie: in giro per tutt'Italia e tutt'Europa, nelle zone rurali, esiste un archetipo di brigante che, largamente trasfigurato ed edulcorato nel folklore, assurge a difensore e beniamino degli strati più bassi della popolazione mediante la sua ribellione all'ordine sociale. Figure che si dedicavano soprattutto alla grassazione, rapina e ricatto, nascondendosi nelle campagne della vecchia Europa per saltar fuori al momento opportuno depredando il viandante facoltoso, o organizzando assalti alle masserie e abitazioni della popolazione ricca o anche solo piccola-proprietaria. Talvolta questi briganti si organizzavano in bande autonome, talaltra si affidavano alla protezione occulta di notabili (i "manutengoli") che si vedevano così protetti da eventuali azioni contro le proprie proprietà ed anzi potevano indirizzare eventualmente i briganti contro quelle dei propri nemici. Una figura tipica di questo genere era stata a fine Settecento quella del campano Angelo Duca, detto Angiolillo, attivo in Basilicata e ricordato in numerose ballate popolari. In Romagna abbiamo Stefano Pelloni, detto il Passatore, attorno cui fu costruito il mito d'un romantico Robin Hood (addirittura patriota!) mistificandone totalmente la figura di comune assaltatore. Contro il brigantaggio e soprattutto contro il fenomeno del manutengolato, tanto le autorità regie borboniche quanto i francesi emetteranno un numero notevole di duri editti repressivi, che pure non riusciranno a risolvere un fenomeno che aveva radici profonde. 

Nel periodo delle invasioni francesi, assistiamo a un curioso fenomeno: nelle campagne, questi briganti sono le figure più capaci d'improvvisarsi capipopolo, proprio per l'ascendente che hanno sugli strati più bassi della popolazione e per l'ostilità nei confronti delle classi borghesi in larga parte filo-rivoluzionarie. Se così in molte delle zone occupate dalle armate di Francia sono nobili e ufficiali sbandati degli eserciti regolari (spesso d'altronde nobili) ad assumere il comando delle "masse" di contadini insofferenti ai nuovi governi rivoluzionari, in altre ove per ragioni storiche e sociali il fenomeno dei briganti è particolarmente radicato sono loro ad assumere il comando. Va notato come spesso questi, a dirla tutta, in un primo momento prendano la via del fiancheggiamento rivoluzionario, per la naturale ostilità verso i governi che avevano posto una taglia sulle loro teste e fascinazione verso gli ideali provenienti dalla Francia. Solo in un secondo momento, avvedutisi del risvolto sociale della situazione, decidono d'improvvisarsi capipopolo monarchici. Casi di briganti sinceramente devoti al trono non mancheranno, come il celeberrimo Fra' Diavolo di Itri o i "Chiavoni" Alonzi di Sora, o il lucano "Tenna" della banda Crocco, ex soldato borbonico datosi alla macchia dopo vessazioni personali e familiari da parte della Guardia Nazionale unitaria per aver servito "Franceschiello", o ancora il sergente pugliese allo sbando Pasquale Domenico Romano che secondo Antonio Lucarelli "nelle proporzioni relative alla sua elementare cultura ebbe per certi aspetti una lontana affinità con i più schietti combattenti della causa legittimista". Tuttavia, lo schieramento di campo opportunistico sarà una costante del 1799 come del 1860. Rimanendo alle Due Sicilie, è il caso ad esempio del brigante Sciarpa, che presi i contatti con la Repubblica Partenopea in formazione deciderà di patrocinare più opportunamente la causa regia popolare tra i contadini salvo poi farsi nuovamente filo-francese sotto Giuseppe Bonaparte. Il temibile brigante Mammone, già decorato per meriti legittimisti dopo il '99, sarà infine incarcerato dalle stesse autorità restaurate per le reiterate rapine e contatti filo-francesi. Nel periodo post-unitario, non mancherà il caso di soldati garibaldini datisi alla campagna dopo lo scioglimento dell'armata delle camicie rosse, né quello d'un manutengolato "parallelo" foraggiato da agenti francesi per destabilizzare il Regno d'Italia in favore di Luciano Murat, sostenuto da un certo vecchio notabilato vetero-napoleonico. E d'altronde precedenti garibaldini erano condivisi da Ninco Nanco, dal calabrese Muraca e dallo stesso Crocco. 


Carmine Crocco nasce a Rionero in Vulture nel 1830, da una numerosa famiglia contadina. Il padre è bracciante, la madre scardatrice di lana. La sua è un'origine modesta, sia pure non miserabile, tanto da riuscire a imparare grossolanamente a leggere e scrivere quel poco che basterà a conferirgli una certa autorità rispetto alle masse d'illetterati compagni d'armi dei giorni di fuoco. Sulle origini di Crocco non tutto è chiaro, complici gl'innumerevoli romanzamenti che ne saranno fatti dalla letteratura tardo-ottocentesca. A lungo si è pensato che il "Donatello" (o "Donatelli") che compare vicino al suo nome sia negli scritti autografi che nei documenti penali fosse un effettivo cognome, complice il fatto che nei dialetti melfesi "u' crocchë" sia una parola esistente, indicante il gancio da macellaio, potendosi prestare ad essere soprannome simboleggiante la sua durezza. In realtà, le ricerche anagrafiche condotte più di un secolo dopo da don Carlo Palestina hanno dimostrato autorevolmente come "Crocco" fosse l'effettivo cognome, e "Donatello" una sorta di patronimico, derivante dall'uso locale di richiamare un antenato noto a indicare una famiglia. 

Casa natale di Crocco a Rionero.

Quale sia stato l'episodio scatenante che fece di Crocco un capobrigante, è cosa difficile da capire, perché lo stesso interessato ne avrebbe fornito nella memorialistica di detenzione versioni diverse e contrastanti. Probabilmente, richiamato al servizio militare nell'esercito regio napolitano, vi uccise un commilitone per motivi privati, dandosi così alla macchia deciso (com'egli stesso avrà a dichiarare) ad emulare i modelli briganteschi di cui sopra. Incarcerato a Brindisi ed evaso, una pesante taglia pendeva sulla sua testa ad opera delle autorità borboniche quando nel 1860 la politica ci si metterà di mezzo e la Basilicata sarà sconvolta dell'avanzata garibaldina. Potenza, roccaforte della borghesia liberale, sarà l'avamposto del fiancheggiamento agl'irregolari in camicia rossa venuti da Nord ed ingrossati dai volontari siciliani. Il contadinato viceversa (come ricorderà lo stesso Garibaldi nella propria memorialistica) resterà pressoché totalmente estraneo a questi entusiasmi nazionalisti propri delle classi borghesi provinciali e urbane ("Non c'è verso di averne visto uno tra i volontari"). Ma Crocco, in parte forse sinceramente affascinato da Garibaldi, in parte soprattutto speranzoso in un'amnistia che gli sarebbe potuta venire dal governo della nuova Italia nel caso d'una sua partecipazione, offrì assieme ai sodali Mastronardi e Di Biase i propri servigi ai notabili liberali di Potenza. Si farà addirittura garibaldino partecipando alla battaglia del Volturno e presidiando autoritariamente al plebiscito (del tipo di quello illustrato da Tomasi di Lampedusa nel "Gattopardo") valido per il potentino. Verso l'aprile del 1861 tuttavia, i manutengoli liberali potentini si vedranno costretti a informarlo di non esser riusciti ad ottenere l'amnistia dalle nuove autorità unitarie, e Crocco si darà nuovamente alla macchia. È qui che avviene il cambio destinato a far la storia della guerra che stava per esplodere. 

Scrive Levi, cogliendo una larga parte di sottile verità: "La civiltà feudale non era certo una civiltà 'dei contadini'. Ma tuttavia era legata alla terra, ai confini del feudo, e perciò meno contradditoria al non-Stato rurale [rispetto allo Stato moderno]. Si può dunque capire perché gli Svevi siano ancor oggi così popolari tra i contadini, che parlano di Corradino come di un loro eroe nazionale, e ne piangono la morte". Concettualmente connessa a questa forma di organicismo d'origine medievale così connaturato alla concezione contadina era rimasta la monarchia, con il suo caratteristico pathos di onore, tradizione e religione. Questo il motivo fondamentale, di là d'ogni complessa analisi sociale, dell'ostilità così forte dei contadini, e non solo nelle Due Sicilie, per le innovazioni statali d'epoca contemporanea, soprattutto quando portate sulle punte delle baionette di conquistatori stranieri, com'era avvenuto coi francesi a inizio secolo e come si era reiterato coi sabaudi ora. A ciò si aggiunga che all'importazione di un intero funzionariato da Nord (ad applicare la "piemontesizzazione" istituzionale secondo la concezione centralista d'origine francese) si aggiungeva l'imposizione improvvisa di un'alta tassazione (culminata poi in quella tristemente nota sul macinato) e soprattutto d'una lunga leva obbligatoria che sottraeva alle famiglie rurali l'affetto e le braccia agricole dei figli giovani per ben sette anni, e che ogni conseguente anche solo verbale nostalgia borbonica veniva duramente repressa dalle autorità liberali. Le plebi, rimaste estranee al rivolgimento dei "signori" e vessate da una situazione ostile, già poco dopo la proclamazione dell'unità saranno così protagoniste di primi moti di dissenso legittimistico. A Napoli viene organizzata dai comitati borbonici un'imponente manifestazione dei lazzari cittadini, prevenuta con la forza dall'autorità costituita. In Irpinia e Abruzzo si registrano i primi casi di comuni rurali che insorgono contro le nuove autorità comunali, danno al macero la bandiera unitaria e i ritratti di Garibaldi e Vittorio Emanuele II e inalberano nuovamente il vessillo gigliato borbonico e le effigi di Francesco II di Borbone e della moglie Maria Sofia. 

Francesco II
, a lungo ridicolizzato con infierimento retorico nella caricatura di "Franceschiello", era in realtà un re buono, dignitoso e puro, ma giovane ed inesperto, politicamente inadatto ad un momento delicato come quello. Esule nella Roma papale dopo la strenua difesa di Gaeta che aveva visto il definitivo ammainarsi del giglio borbonico, di lì aveva riorganizzato la corte, ed un governo d'esilio sotto la presidenza del marchese Pietro Calà Ulloa. Questi sin dai primissimi momenti si era dato da fare, conscio proprio della situazione di cui sopra, coordinando i contatti tra i comitati borbonici locali e alcuni volontari legittimisti provenienti da tutt'Europa, come il prussiano Klitsche de la Grange e gli ex generali borbonici Scotti Douglas e Von Meckel. Numerosi d'altronde erano, tra i renitenti alla leva, gli ex ufficiali e soldati dell'esercito borbonico che, a lungo egualmente reductum ad ridiculum, vide una generale fedeltà al sovrano, anche in virtù dell'estrazione perlopiù contadina dei soldati. Ma la mancanza di abilità e prontezza diplomatica da un lato, e di carisma paragonabile a quello del defunto padre dall'altro, pregiudicheranno a Francesco la possibilità (che pure era reale in un momento in cui solo Inghilterra e Francia avevano riconosciuto il nuovo stato unitario) d'una mobilitazione generale contro la conquista del suo reame. Gran parte del lavoro rimarrà dunque opera dei comitati borbonici locali, composti soprattutto da nobili e ufficiali ed una minoranza occulta di notabili rimasti fedeli al vecchio sovrano, i quali per non esporsi in prima persona si limiteranno al mero manutengolato. 

È in questo quadro di cose che Crocco e i suoi, datisi nuovamente alla macchia, vengono contattati dal comitato di Melfi, che gli offre finanziamento e sostegno se si fossero posti a capo d'una nuova massa simile a quelle di sessant'anni prima. "Compresi tosto - scriverà Crocco - tutto l'enorme vantaggio che mi sarebbe venuto facendomi banditore d'una lotta reazionaria", dichiarando che "dopo tanti anni passati in carcere, ancor oggi sento entusiasmarmi pensando ai primi giorni dell'aprile 1861, quando dalla boscaglia di Lagopesole, alla Ginestra, a Barile, a Ripacandida, per tutto il Melfese ero acclamato quale novello liberatore ed accolto con onori davvero trionfali", inalberando il vessillo borbonico pur "costantemente aborrito" per un'entrata trionfale a Melfi. L'antico bandito fattosi garibaldino si fa così legittimista per un calcolo opportunistico che si rivelerà dapprima vincente, visto il considerevole sostegno che troverà tra il "popëlë vàscë". Ma la risposta delle autorità unitarie è dura, e dopo una prima cavalcata vittoriosa i briganti si ritirano. È precisamente in questo momento che prende piede la famosa spedizione dell'ufficiale catalano José Borjes, mandato in Calabria (in una sorta di "sbarco di Marsala al contrario") dal Re e dalla sua corte che non nutrono fiducia alcuna nell'inaffidabile e disordinata azione di briganti troppo spesso già condannati dalle stesse autorità regie negli anni precedenti. 

Borjes era un vecchio ufficiale delle guerre carliste, il quale dopo la fine delle ostilità aveva infine accettato la vittoria di Isabella e le aveva giurato fedeltà. Proprio dalla regina spagnola verrà un tacito consenso a questo tentativo, che si rivelerà presto disperato. Giunto nelle Due Sicilie, il general Borjes prende i contatti con Crocco, rimanendo subito impressionato negativamente dalla matrice prettamente masnadiera dei quadri del suo "esercito", dalla brutalità dei loro metodi e soprattutto dal plateale disinteresse del capobanda per la proposta, proveniente dalla corte borbonica di Roma, della costituzione di un esercito legittimista di riconquista vero e proprio. L'obiettivo dei reiterati assedî portati a compimento congiuntamente da Crocco e Borjes tra materano e potentino era Potenza, la vecchia roccaforte liberale, ma nonostante le diverse vittorie infine bersaglieri e Guardia Nazionale riescono ad avere la meglio mettendo in fuga le bande. In una concitata notte nel bosco di Lagopesole, Crocco caccia via Borjes ponendo bruscamente fine alla loro collaborazione, e quest'ultimo amareggiato si dirige coi suoi uomini verso il confine pontificio per informare il Re e la corte "che Crocco è un sacripante e i suoi uomini antichi ladri" disinteressati ad un progetto serio. Fermati dai sabaudi a Tagliacozzo poco prima di sconfinare, Borjes e i suoi vengono fucilati senza processo, e il vecchio ufficiale morirà con onore confortando i suoi uomini e gridando "¡Viva el Rey!". 

Dopo la morte di Borjes, la lotta di Crocco, ormai a capo di quasi tutte le formazioni tra Basilicata, Irpinia e Capitanata, prende un taglio sempre più puramente banditesco senza vero risvolto politico, tanto che la corte finirà col rassegnarsi. Intanto, nel 1863, il governo torinese vara la Legge Pica che istituzionalizza i durissimi metodi impiegati contro il brigantaggio sin dall'inizio da ufficiali come Cialdini, Pinelli e Fumel, i cui nomi saranno destinati a divenire emblemi della ferocia autoritaria della politica lontana presso le popolazioni delle vecchie provincie napolitane, al punto da essere ancora invocati dalle madri un secolo dopo per minacciare i figli discoli. Mentre il brigantaggio, da sempre frammisto alla delinquenza comune ma ingrossato da sbandati animati da sentimenti lealisti e giovani disperati renitenti alla leva, si spoglia a poco della sovrastruttura politica e prende una piega sempre più feroce, il Regio Esercito procede ad una repressione spietata e indiscriminata, che assume venature di autentico terrore sulla popolazione con perquisizioni, arresti, domicilio coatto, paesi devastati e fucilazioni sommarie. In breve le provincie meridionali diventano teatro di una guerriglia perenne, viste dai nuovi governi come una sorta di disordinato Messico coloniale da rieducare con la forza dopo l'annessione. "I briganti tagliavano le orecchie, il naso e la lingua dei signori, per farsi pagare i riscatti. I soldati tagliavano le teste ai briganti che riuscivano ad acciuffare, e le attaccavano su dei pali, nei paesi, perché servissero ad esempio. Così continuava questa guerra di distruzione"². 

È il tradimento fatale di Giuseppe Caruso, temuto luogotenente di Crocco, a determinare la crisi dell'esercito brigantesco. Sui motivi di questo forfait la letteratura romanzesca di fine secolo tanto avrebbe fantasticato, l'anziano Caruso ormai mite guida turistica ai laghi di Monticchio ancora si mostrerà reticente, e così Crocco dalla sua detenzione ergastolana. Fatto sta che i bersaglieri e la Guardia Nazionale, forti delle rivelazioni di Caruso, riusciranno a neutralizzare per il 1865 tutti i principali luogotenenti di Crocco: Ninco Nanco, Schiavone, Totaro, Sacchitiello, Michelina De Cesare. Caso a parte il ciociaro Chiavone, indipendente dal generalato di "Donatello" e giustiziato infine dagli stessi elementi legittimisti stranieri per la delinquenza comune di cui seguitava a macchiarsi. Quanto a Crocco stesso, sarà l'unico a salvarsi, sconfinando a Roma come non era riuscito di fare a Borjes. Quivi arrestato dal governo papale da cui sperava protezione, il capobrigante sarà infine processato a Potenza dopo la breccia di Porta Pia e condannato dapprima a morte, poi per grazia regia all'ergastolo da scontarsi nel bagno penale di Portoferraio in Toscana. Negli ultimi tempi, diversi psicanalisti della scuola positivista di fine Ottocento s'interesseranno alla figura superstite del generale dei briganti, ed Eugenio Massa, ex ufficiale sabaudo, si recherà più volte in carcere a intervistarlo, aiutandolo nella stesura delle memorie "Come divenni brigante" (1903), sulla cui affidabilità molto si è discusso. Già allora sarà abbozzata da Enrico Pani-Rossi l'esegesi marxista del brigantaggio poi sviluppata da Franco Molfese negli anni Sessanta³, la quale voleva leggere nel brigantaggio soprattutto una grossolana rivoluzione socialista abortita (ignorando il "dettaglio" del manutengolato). Questa interpretazione, destinata a grande fortuna mediatica e politica, è in realtà priva di fondamento. Crocco e i suoi erano tipiche figure di briganti di campagna pre-moderni, di quelle sopra descritte, senza reali ideali politici⁴. Nelle memorie, "Donatello" sbeffeggerà apertamente il socialismo e l'anarchia, così come ammetterà tutto l'opportunismo della sua militanza legittimista, e omaggerà infine dalla detenzione l'autorità costituita invitando a non imitarlo, un altro tratto tipico di queste figure folkloristiche. Ci è giunto persino un epitaffio che il brigante lucano avrebbe scritto per sé stesso da Portoferraio poco prima di morire: "È teatro per tutti la natura / e ognuno rappresenta la sua scena / Napoleone con la sua bravura / nell'isola morì di Sant'Elena. / Così Crocco, già umile pastore, / dai briganti promosso generale / dopo lotte di sangue e di terrore / scontò in galera lo già fatto male". 

Questo è ciò che riguarda la "grande storia", a lungo adombrata, del brigantaggio. Ma quanto alla "piccola storia", molto altro vi sarebbe da dire. Se Crocco e gli uomini che egli ebbe a fiduciari per le azioni brigantesche erano perlopiù taglieggiatori di professione, non così per le piccole bande oggetto di questo coordinamento, le "masse" di popolazione rurale che simpatizzò o si unì attivamente alla causa dei briganti. "Non c’è famiglia - scriveva Levi - che non abbia parteggiato, allora, per i briganti o contro i briganti; che non abbia avuto qualcuno, con loro, alla macchia, che non ne abbia ospitato o nascosto, o che non abbia avuto qualche parente massacrato o qualche raccolto incendiato da loro. A quel tempo risalgono gli odi che dividono il paese, tramandati per le generazioni, e sempre attuali. Ma, salvo poche eccezioni, i contadini erano tutti dalla parte dei briganti, e, col passare del tempo, quelle gesta che avevano così vivamente colpito le loro fantasie, si sono indissolubilmente legate agli aspetti familiari del paese, sono entrate nel discorso quotidiano, con la stessa naturalezza degli animali e degli spiriti, sono cresciute nella leggenda e hanno assunto la verità certa del mito". Tipico tra i nomi noti l'esempio del materano Ingiongiolo, infine freddato dalla Guardia Nazionale dopo essersi nascosto per mesi tra i braccianti che mai lo avevano tradito. "Dopo il brigantaggio, queste terre hanno ritrovato una loro lugubre pace. Il brigantaggio è un accesso di eroica follia, e di ferocia disperata. Ma, col brigantaggio, la civiltà contadina difendeva la propria natura e libertà, contro quell’altra civiltà che le sta contro e che, senza comprenderla, eternamente la assoggetta: perciò, istintivamente, i contadini vedono nei briganti i loro eroi". Dietro la guerriglia lealistico-rurale di questi braccianti analfabeti non si nascondevano mire comuniste come piace pensare a certa sinistra estrema. Né un nazionalismo al contrario come vuole un certo meridionalismo mediatico o una certa destra identitaria. Né tantomeno odioso ed oscurantistico crimine fine a sé stesso come continua a proclamare con un certo paternalismo interpretativo una sparuta intellighenzia liberale o radicale. Ma l'istintiva, disperata difesa del proprio modo di vivere da parte di un microcosmo contadino assoggettato da chi baldanzosamente "faceva la storia" e gliela imponeva, senza conoscerlo; talmente lontano e "perduto" da non essere oggi nemmeno più capito da chi vi inneggia o lo maledice. "Anche qui l'umile Italia doveva inesorabilmente perdere. Non aveva armi forgiate da Vulcano, come l'altra Italia, e non aveva dèi: cosa poteva fare una povera Madonna dal viso nero della Basilicata contro lo Stato Etico degli hegeliani di Napoli?".  

Note
1) Sui Borboni di Napoli, c'è chi ha notato dalla stessa parte monarchica come il loro regno sia in qualche modo in continuità ideale col modello nazionale importato nel reame, con la caduta degli Svevi, da Carlo d'Angiò (francese come la matrice dinastica borbonica, sia pure derivante nel caso napolitano dalla diramazione ispanica), con una prima introduzione settecentesca della linea di accentramento statale analoga alla coeva d'Oltralpe. Lo stesso Levi, pur non monarchico, parlando di Corradino di Svevia sentenzierà che "dopo la sua caduta questa terra, che prima fioriva, entrò nella decadenza", e il discorso può valere anche sul piano dell'ideale universalistico imperiale di cui gli Svevi (e poi gli Asburgo) saranno l'incarnazione in antitesi con le varie derivazioni dei Capetingi rappresentanti di quello "nazionale". Ciò non toglie però che come visto i Borboni siano stati la dinastia che dopo tre secoli seppe ridare al Mezzogiorno un'indipendenza e un caput. Ancora Levi scrive che: "Per la gente di Lucania, Roma non è nulla: è la capitale dei signori, il centro di uno Stato straniero. Napoli potrebbe essere la loro capitale, e lo è davvero, nei visi pallidi e febbrili dei suoi abitatori, nei 'bassi' con la porta aperta pel caldo, l'estate, nelle donne discinte che dormono a un tavolo, nei gradoni di Toledo; ma a Napoli non ci sta più, da gran tempo, nessun re". E il "merito" storico dei Borboni in questo ambito è stato, nelle parole di sir Harold Acton, quello di esser riusciti "forse più d'ogni altra dinastia ad identificarsi con Napoli". Quanto agli aspetti più propriamente economici e sociali, su cui tanto oggi si discute e su cui già qualcosa s'è accennato, ma che su questo piano di "legittimità" (in senso sociologico ferreriano) passano in secondo piano, il liberale Nitti ha potuto riconoscere che "il Regno di Napoli era nel 1857 il più reputato quanto a solidità finanziaria", contenendo i due terzi di tutta la concentrazione monetaria della Penisola. Questo perché "i provvedimenti amministrativi dei Borboni erano ottimi, la loro finanza buona e in generale onesta", laddove "i primi deputati meridionali del Parlamento italiano, scelti pressoché tutti fra i patrioti più notevoli, erano quasi tutti profughi, ignoravano quasi completamente il Mezzogiorno vivendo solo di vecchie tradizioni letterarie". In questo clima era peraltro maturata la campagna anti-napolitana promossa dal governo inglese su impulso di questa emigrazione liberale dalle Due Sicilie. La debolezza maggiore dei Borboni era stata la incapacità, dopo gli scossoni rivoluzionari del 1799, 1806, 1821 e 1848, di reggere autorevolmente le redini della coesione sociale coi baroni agricoli e coi potenziali imprenditori della nuova borghesia, riducendosi presto a contare immobilisticamente pressoché solo sul grande ascendente sul "popolo basso" (con l'unica eccezione della prima parte del regno del secondo Ferdinando, la quale aveva visto una momentanea ripresa con tanto di avvio promettente del settore tessile e metalmeccanico). Ma la crisi della monarchia di tipo borbonico nel nuovo secolo delle rivoluzioni risaliva al Settecento francese, e faceva parte d'una situazione storica internazionale più grande di questi re provinciali e mediterranei. Sul tema, per uno sguardo introspettivo, rimandiamo a "I Borboni di Napoli" e "Gli ultimi Borboni di Napoli" di sir Harold Acton. 
2) Levi, ibidem, pag. 125. Sulla composizione del fronte repressivo anti-brigantesco c'è altrettanta confusione che su quello brigantesco. I "piemontesi" erano di fatto l'esercito reale sabaudo (nello specifico i bersaglieri) così come si presentava nel 1860, dopo la seconda guerra d'indipendenza. Esso arruolava soldati da tutte le regioni del Centro-Nord, Triveneto escluso, soprattutto dai ceti studenteschi e contadini. Nel secondo caso è curioso l'esempio raro di taluni soldati, come il biellese Carlo Ludovico Gastaldi, che mandati a reprimere in terre che non conoscevano e di cui nulla sapevano si uniranno ai briganti dopo avervi constatato il medesimo proprio retroterra contadino, più vicino rispetto a quello dei propri ufficiali mossi da reale nazionalismo. Già dal periodo tra le due guerre d'indipendenza, d'altra parte, l'antico ed austero esercito miliziano e aristocratico piemontese, ove la coscrizione introdotta da Napoleone non era stata abolita con la Restaurazione, aveva subìto una profonda riforma in adeguamento alle armate nazionali moderne. Scriveva sulla stampa contraria contemporanea il primo ministro napoletano in esilio Calà Ulloa: "L'esercito piemontese è stato sciolto e stemperato nell'unitario. Sono individualità, non più un corpo. È un elemento rivoluzionario sprezzato dal vecchio spirito piemontese. I due terzi di questa truppa si compongono di giovani soldati: uscendo dalle classi popolari, conservano tuttora lo spirito del loro proprio paese. Hanno tutti lingua, tradizioni, affetti, interessi differenti". In secondo luogo, non è da ignorare in alcun modo il peso della borghesia meridionale in questa guerra, costantemente sottaciuto da una certa tendenza attuale a presentarla come mero scontro tra Nord e Sud. La borghesia anti-borbonica, votatasi al progetto cavouriano nel 1859, sarà tra i maggiori impulsi alla repressione coatta del brigantaggio al parlamento torinese, tanto che la Legge Pica porta il nome d'un deputato abruzzese. Un ruolo preminente nel contrasto ai briganti lo ebbe la più volte richiamata Guardia Nazionale, corpo di volontari provenienti esclusivamente dalla borghesia filo-unitaria del Mezzogiorno, che molti morti fece ed ebbe durante la guerra sul territorio, intrecciata spesso ad odi reciproci personali e concreti. In tal senso più propriamente che nell'esegesi marxista emerge la dimensione sociale (e di "guerra civile meridionale") in questione. 
3) L'esegesi marxista ha le sue radici, oltre che nel citato Pani-Rossi, nei "Quaderni dal carcere" di Antonio Gramsci. Gramsciana è l'idea che "scrittori salariati tentarono d'infamare col marchio di briganti" contadini in rivolta in senso egualitaristico e anarco-socialista. Molfese ("Storia del brigantaggio dopo l'unità", 1964) enfatizzerà questo aspetto, rapportando la questione demaniale napolitana e siciliana a quella dell'Inghilterra degli open fields seicenteschi. Negli ultimi anni, tuttavia, egli stesso si ricrederà: fenomeni di jacquerie contadina in quei frangenti di riscossa notabilare si erano avuti, e senza richiamare il caso celebre di Bronte in Sicilia valga su tutti l'eccidio Gattini nel materano in cui, al grido di "Evviva u' 'Rre!" e richiamandosi agli interventi enfiteutici di Ferdinando II, i contadini massacrarono i latifondisti del locale Comitato di unità nazionale chiedendo le terre del demanio. Oltre alla contraddizione manutengolare però, l'anziano Molfese riconobbe la dimensione propriamente banditesca di Crocco e luogotenenti e soprattutto la relativa scarsità di episodi di questo tipo rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare. Il fatto fondamentale che il riduzionismo economicistico marxista non coglie è che, per quanto la questione demaniale fosse importante e sentita, di preminenza godeva una pre-politica intuita più acutamente sul piano umano e sociologico da un Levi, ossia l'estraneità della nuova civiltà borghese a quella contadina, con l'imposizione di tassazioni e leve militari percepite dalla popolazione come estranee e ingiustificate. Significativamente, nessuna rivolta contadina di questo genere si era avuta a nessuno dei (come visto numerosi) impersonali cambi di trono della storia meridionale. Essa si reitera invece quelle volte che l'invasione avviene sui presupposti d'ideali mutuati più o meno direttamente dalla Rivoluzione francese. Paradossale prova del nove di codesta interpretazione si ha col fenomeno di un rinnovato attaccamento allo stesso nuovo trono sabaudo che si avrà dal cavallo dei due secoli nelle medesime regioni meridionali che avevano visto il brigantaggio, con percentuali di amplissima vittoria monarchica al Sud nel 1946, ripetendo così uno schema antico e sempre più anacronistico d'istintivo attaccamento contadino agli antichi istituti, personali e patriarcali, rappresentati dalla monarchia in quanto tale. 
4) Figura indubbiamente torbida e cinica, macchiatasi di furto, ricatto ed omicidio, va pur detto che, stando a Massa, Crocco non era privo di "una certa brigantesca cavalleria", derivante probabilmente da resipiscenti scrupoli religiosi, e secondo il suo biografo contemporaneo Domenico Cinnella "l'impressione che si ricava leggendo gli atti del dibattimento processuale del 1872 è che Crocco non sia stato l'autore o il mandante di tutte le infami atrocità commesse, magari in suo nome, dalle bande che a lui facevano capo. Molti suoi compagni e sottoposti erano, senz'alcun dubbio, assai più rozzi e crudeli di lui". 

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