Il 2 giugno e la monarchia
È il 2 giugno. In Italia, le feste civili comandate non hanno mai suscitato entusiasmo generale, e sono generalmente condite di una retorica dozzinale e insopportabile. La retorica c'è laddove manca il sentimento autentico, ed è così da sempre. Lasciate dunque che questo 2 giugno io, oltre alla testa, provi a far parlare un po' anche il sentimento autentico (quello mio personale, ben inteso).
Il 2 giugno 1946, ci informa la retorica mediatica, "gli italiani furono chiamati a scegliere tra repubblica e monarchia, per la prima volta coinvolgendo le donne, e scelsero molto bene esprimendosi a favore della repubblica". Grattiamo la retorica e guardiamo il fatto. L'Italia che andò alle urne 77 anni fa era un paese distrutto: una guerra persa e una guerra civile lacerante ne avevano sbranato le viscere, e gli odi politici di partito seguitavano a dividerla.
Il referendum istituzionale era inevitabile, con il potere politico nelle mani di partiti antifascisti in massima parte repubblicani, e una monarchia che per vent'anni aveva collaborato con Mussolini e il fascismo. Vittorio Emanuele III aveva abdicato e a succedergli era Umberto II, un re giovane, più popolare del padre, ma ugualmente odiatissimo là dove fischiava il "vento del Nord" rivoluzionario. La mossa che più di tutte aveva squalificato la corona agli occhi degli italiani era stata la "fuga" a Brindisi del sovrano, e in quei frangenti drammatici Umberto aveva tentato in ogni modo di opporsi: aveva capito che il carisma della corona ne sarebbe uscito con le ossa rotte, e mormorò, allontanandosi da Roma: "Che vergogna...". Ma da buon Savoia non avrebbe mai osato contravvenire agli ordini del regnante.
La repubblica stravinse al Nord, e la monarchia stravinse al Sud. Questo può stupire, oggi che il legittimismo sabaudo al Sud (quello che portò i monarchici a conquistare per decenni i comuni di Napoli e Bari, e centinaia di altri) si è pressoché spento, lasciando spazio semmai ad una forma di revanscismo borbonico. Ma all'epoca era così. I primi anni i Savoia non erano stati affatto popolari nelle Due Sicilie, percepiti, perlomeno dal più delle plebi, come conquistatori dopo una vera e propria guerra civile. Ma come era successo ad ogni cambio di trono, coi decenni la situazione si era acquietata, e soprattutto dall'epoca umbertina i nuovi sovrani avevano anzi saputo far calorosamente breccia nel cuore dei napoletani e di tutto il Mezzogiorno, monarchico nell'animo a prescindere dalla singola dinastia sul trono, e ormai anzi la più solida roccaforte del monarchismo popolare.
Notare appeso al muro un manifesto del Partito Nazionale Monarchico.
Una situazione simile occorse in Sardegna: benché negli ultimi decenni la pubblicistica sardista abbia polemizzato a posteriori con la cronica gestione deteriormente subordinata dell'isola da parte delle varie dominazioni secolari (aragonesi come austriaci come gli stessi sabaudi) fin dal Basso Medioevo, all'epoca l'antica lealtà popolare verso i Savoia sovrani da inizio Settecento, testimoniata anche dall'ampia diffusione del vecchio Hymnu sardu nationale, raggiunse una maggioranza monarchica del 61%. Così come nel Sud continentale i Savoia erano amatissimi dal popolo meridionale che li salutava con le vecchie note dialettali di E.A. Mario: "Passa 'a bandiera, sventola e va / cuntenta e allera 'o viento 'a fa! / E 'o 'ssaje pecché s'ha misa 'a nocca blu maré? / Passa 'a bandiera e passa 'a Patria e 'o 'Rre...". Al contrario, non erano mai stati così odiati al Nord, dove a farla da padrone erano i gruppi resistenziali di marca azionista, socialista e comunista. La parola d'ordine al Nord era quella lanciata da Pietro Nenni: "La Repubblica o il Caos!". E questo valeva, e vistosamente, anche in Piemonte, la terra dei Savoia, ove vinse la repubblica (pur con un margine lievemente più basso che altrove). In parte, ciò era dovuto al maggior conservatorismo del Sud rispetto al maggior progressismo del Nord. Ma in parte aveva inciso il fatto che Vittorio Emanuele III si fosse rifugiato al Sud, col Regio Esercito che aveva liberato quelle poche città rimaste in mano tedesca (le famose quattro giornate di Napoli furono un'insurrezione popolare senza partiti, ma tendenzialmente monarchica). Il Nord viceversa si era sentito abbandonato dal Re finito a Brindisi.
Questo Umberto lo sapeva bene, e ne ebbe la conferma quando, nel suo "giro d'Italia" precedente alla chiamata alle urne, fu accolto da fischi e ostilità al Nord, e da applausi ed entusiasmo popolare al Sud. Quando venne proclamata la vittoria della repubblica, Napoli in particolare non accettò in prima istanza il verdetto: i "quartieri spagnoli" continuavano ad esporre provocatoriamente ai balconi il tricolore con lo scudo sabaudo, e vi furono i dolorosi fatti di via Medina, con l'uccisione di una decina di giovani monarchici in un'azione repressiva della polizia. Fatti che concorsero a convincere Umberto II della necessità di andarsene, per evitare di scatenare una nuova guerra civile (a Napoli si era già formato un fronte secessionista mirante ad una indipendenza armata del Mezzogiorno sotto Umberto, con sette giorni di dimenticata guerriglia urbana). Il 6 giugno sarebbe partita per Cascais, in Portogallo, la Regina coi principi, il 13 Umberto la raggiunse, partendo da Ciampino dopo aver protestato con De Gasperi per la proclamazione notturna ed unilaterale della vittoria repubblicana, che definì "atto rivoluzionario" rifiutandosi di abdicare. Partì così l'aereo ed una vedetta dal Quirinale lo vide ammainando per sempre la bandiera con lo stemma reale. Due partiti monarchici continuarono fino agli anni Settanta ad esistere come minoranza organizzata ed abbastanza rilevante soprattutto al Sud, dove riuscirono a conquistare anche comuni di capoluogo. Tuttavia, animati da bei sentimenti di mero retorico nostalgismo generazionale ideologicamente debole¹, si esaurirono in una esistenza politica piuttosto mediocre, scomparendo con il residuo dell'affetto per la vecchia casa reale nelle nuove generazioni.
"I Re sono come i sogni: o li ricordi subito o non li ricordi più..." (Umberto II di Savoia)
C'è chi ha criticato questa scelta del Re di partire², tacciandola di mollezza politica, mentre io l'ho sempre trovato un gesto nobile, in virtù di almeno tre fatti. Il primo riguarda i famosi "brogli" che la pubblicistica monarchica ha costantemente denunciato. Sono sempre stato solidale con questa denuncia, ma non ho mai creduto che questi brogli siano stati determinanti nella vittoria della repubblica, che poggiava su un sostegno popolare più che massiccio nel centro-Nord. È possibile discutere sul conteggio, presieduto dal repubblicanissimo (e dimenticabilissimo) Cesare Romita, e sui sospetti di vistose manomissioni emersi già allora e ripresi da diversi studi, che rilevano le incongruenze presenti nel saggio romitiano di un decennio dopo sulle giornate successive al 2 giugno (Romita, "Dalla monarchia alla repubblica", 1959). Ma ad ogni modo, in secondo luogo, come spiegò lo stesso Umberto II, "la repubblica si può reggere col cinquantun per cento; la monarchia no. [...] La monarchia non è mai un partito. È un istituto mistico, irrazionale, capace di suscitare negli uomini, sudditi e principi, incredibili volontà di sacrificio... Non deve essere costretta a difendersi giorno per giorno dalle insidie e dalle accuse. Deve essere un simbolo caro o non è nulla". In ultimo, va notato che la rinuncia al trono per non spargere il sangue dei propri sudditi è una cosa molto da re, e Umberto non è stato né primo né unico sovrano della storia ad agire così (un altro esempio di un paio di decenni precedente era stato Manuele II del Portogallo). Un buon sovrano ha sin dall'infanzia uno sguardo superiore e "paterno" verso i propri sudditi, persino quando rivoltatiglisi contro, mentre qualsiasi leader eletto proviene giocoforza da una fazione più o meno cospicua, e ben difficilmente rinuncerebbe al potere per non nuocere alla parte avversa.
Non ho mai fatto mistero delle mie convinzioni monarchiche. Credo che la monarchia ereditaria sia migliore della repubblica (ma sono in compagnia di Tommaso d'Aquino e altri nomi altrettanto illustri³) perché il capo di Stato per me non può essere espressione delle fazioni o delle oligarchie, ma un "pater familias" (la stessa famiglia reale, in una società che riconosca il nucleo sociale della famiglia, svolge rispetto alle famiglie la funzione che il monarca svolge rispetto agli individui), già solo perché deve essere al di sopra delle parti e rappresentare tutta la nazione, incarnando quello che Constant chiamava in termini strettamente politologici "potere neutro". A parer mio pretendere che un anziano burocrate di questo o quel partito (o peggio ancora un rampante leader presidenziale) rappresenti l'unità della nazione (e il potere neutro) è semplicemente assurdo. Ed inoltre l'ereditarietà della monarchia crea quell'istituto "mistico" cui alludeva Umberto. È un filo che lega nelle generazioni la famiglia sul trono a quelle della nazione.
È vero che un re stupido può fare gravi danni, ma solo nello scenario dello Stato burocratico a noi noto, in cui gli errori dei funzionari stupidi diventano capillarmente grattacapi di ogni singolo cittadino. La moderna repubblica è il dominio compiuto di quell'anonima astrazione di massa che giocando sulla forza del numero si proclama "popolo" e in nome di quest'autorità pretende un arbitrio capillare su tutte le forme associate. Ecco perché la burocrazia prospera nella repubbliche. La buona monarchia per come la vedo io deve essere costruita in modo tale che anche il peggiore dei re non possa nuocere il singolo suddito (oltre che salvaguardare la libertà meglio della burocrazia repubblicana). Evidentemente non è dunque una monarchia assoluta, ma costituzionale, anche se non è nemmeno la monarchia parlamentare che conosciamo, la quale necessiterebbe di una riscoperta del proprio adombrato ethos profondo e che è di fatto ormai una monarchia desacralizzata e repubblicanizzata in cui i reali privi di ogni vera influenza sono ridotti a mero oggetto di gossip da blog e rotocalco in T-shirt e blue-jeans. Nelle monarchie occidentali odierne, la presenza del vertice regale ereditario rappresenta comunque un elemento di continuità e neutralità antecedente le parti che le rende sicuramente preferibili alle repubbliche, ma il cui reale ruolo è adombrato e di fatto impotente a fronte del monismo democratico.
Il mio monarchismo è una presa di posizione politica e ideale fine a sé stessa, nella convinzione che la monarchia (e financo l'aristocrazia, se intesa in un certo senso molto preciso) sia migliore della repubblica e del repubblicanesimo. La difesa di specifici sovrani o dinastie del passato o del presente m'interessa molto meno, anche nella consapevolezza che (recitava una vecchia massima) "monarchici si è non coi re ma nonostante i re".
Tuttavia, spenderò comunque qualche parola su Casa Savoia. Personalmente, sono piemontese (di ascendenza meridionale per metà) e dunque nativo della terra che è stata il regno dei Savoia per un millennio. I Savoia si son fatti il proprio nome come sovrani di questo piccolo Stato subalpino, di cui han difeso la tranquillità per secoli dall'ingordigia delle grandi potenze, grazie ad una certa abilità diplomatica e ad un apparato istituzionale e militare piuttosto solido. Uno staterello a cavallo delle montagne, multilinguistico, più simile strutturalmente ad un ducato vassallatico imperiale (quale formalmente in effetti era) che ad una tipica signoria peninsulare (in ciò, piuttosto "germanico" e poco "italiano", e d'altronde le origini dei Savoia risalgono tradizionalmente a Gerolt di Sassonia), con una componente italiana (i piemontesi) ed una francese (i savoiardi) unificata da un solo re. Insomma, l'antitesi del nazionalismo. Uno Stato non a caso fortemente decentrato, che persino dopo il consolidamento del modello assolutista manterrà formalmente distinti i singoli ducati e principati e regni che lo componevano (sarà solo la tardiva "fusione perfetta" del 1847 a superare ciò, in senso centralista). Ma i Savoia "tali sino in fondo" sono morti con Carlo Felice (1831), guarda caso anche l'ultimo effettivo esponente del ramo primigenio della dinastia, prima dell'ascesa al trono del ramo cadetto Carignano. Al funerale, il vescovo savoiardo Charles-François de Thiollaz dirà significativamente: "Messieurs, nous enterrons en ce jour la monarchie" ("Signori, oggi noi seppelliamo la monarchia"). Abbracciando l'ideale del nazionalismo italiano, i Savoia si sono allontanati di fatto non solo dalla propria radice francese, ma dalla loro funzione storica di collante di popolazioni a cavallo delle Alpi⁴. "Sapete - scriveva un provocatorio quanto condivisibile Montanelli un secolo dopo - quando sono finiti davvero i Savoia? Non il 28 ottobre del '22, non il 25 luglio, non l'8 settembre, non il 2 giugno del '46. Finirono nel 1860, quando si proclamarono re d'Italia. Fossero rimasti re del Piemonte, come volevano Carlo Felice e i suoi ministri alla Solaro della Margarita, forse sarebbero ancora lì, covati ben saldi tra le loro montagne e pianure".
E questo peraltro avvenne nel segno di una alleanza col vecchio liberalismo dottrinario e "massonico" di marca ottocentesca e di un disegno di Stato centralista e burocratico, nemico della grandissima eterogeneità naturale dei popoli d'Italia (di cui furono usurpati, in accordo con esponenti rivoluzionari come Garibaldi, altri troni altrettanto legittimi), ognuno con una propria ben distinta tradizione e cultura nazionale. Tanto sono affezionato, da piemontese, ai Savoia per ciò che sono stati nei secoli (pur nel loro status tutto sommato "modesto" di piccoli sovrani di montagna), quanto critico verso il raffazzonato Regno d'Italia sabaudo nato nell'Ottocento, realizzando l'unificazione in senso diametralmente opposto in tutto all'unico che sarebbe stato organicamente sensato, ossia quello federale, conservando gli storici stati tradizionalmente presenti sull'eterogenea penisola (anche se col senno di poi e parlando fantapoliticamente un'Italia federale o confederale con un solo Re come collante - o come capo della confederazione, similmente alla Germania guglielmina, in nome dell'antico vicariato imperiale dei Savoia sul Regnum Italiæ medievale - sarebbe stata più efficace della problematica invocazione neoguelfa del Papa a svolgere questo ruolo). A cavallo dei due secoli, un nazionalismo letterario e retorico tenterà di occultare con una architettata religione civile (fatta di elementi ideologici di palesi origini in buona parte anti-tradizionali, rivoluzionarie, carbonare e repubblicane, con tutte le consequenziali ambiguità del caso per la monarchia) le debolezze e carenze del momento unificatore. Nelle parole di sir Charles Petrie (1952) d'altra parte, "la forma monarchica era stata adottata solo perché non ve n'erano altre momentaneamente possibili, e perché era evidente allora che una repubblica avrebbe diviso il movimento nazionalista mentre la monarchia poteva unire; in breve, il ricorso alla monarchia era stato d'espediente ben più che di principio". Autore di questa religione civile fu soprattutto il garibaldino ed ex-mazziniano Crispi, significativamente responsabile anche del disastroso tentativo imperialista di Adua (1896) e della drammatica stagione di disordini sociali di classe conclusasi col tragico assassinio di Re Umberto I (1900).
E ciononostante, i Savoia sono riusciti comunque a rappresentare qualcosa, per gli italiani. So di veterani "dei giorni della Grande, della vera Guerra, - come recitava la sequenza di un vecchio film - quella del fango e delle trincee", di ogni parte d'Italia, che ancora a decenni di distanza sospiravano di commozione ripensando all'epoca del Re Soldato, della Leggenda del Piave e della Canzone del Monte Grappa, dei versi accorati di De Amicis e di Pascoli. Fu soprattutto proprio la Grande Guerra (in sé un immane conflitto infame e probabilmente da parte nostra anche evitabile conseguendo i medesimi obiettivi o quasi⁵) che avviò il cementarsi degli italiani per la prima volta affratellati in trincea e nella comune ora grave, e fu a tutti chiaro che ciò avveniva col richiamo alla figura del Re, elemento per sua natura organicistico e unificante. Personalmente, sono un sostanziale pacifista ed un convinto critico sotto ogni punto di vista possibile delle «guerre totali» dell'età contemporanea, che inalberando odi nazionali e ideologici in pochi decenni hanno riempito il mondo di molti più cadaveri si fossero mai visti in tutti i dieci secoli precedenti messi insieme. Ma non ho mai amato la retorica anti-militarista e auto-denigratoria tanto diffusa quando si parla del nostro Regio Esercito. La sua storia non è esente da pecche, ma neanche da tanti episodi edificanti a monito che, come disse qualcuno che poteva parlare a ragion veduta, "il soldato italiano - quando si mette di picca - non muore neanche se lo ammazzano"⁶. I Savoia hanno saputo insomma anche in qualche modo concorrere alla nascita di un sensus nazionale che pur scontando allora e tutt'oggi le pecche d'origine sviscerate sopra⁷ ha dato prova in guerra e in pace anche di una certa propria genuinità. Tutto ciò fu incarnato e portato con sé lontano dalla malinconica figura di Umberto, il giovane re dal sorriso triste che fu esiliato in quel giugno del '46. Era stato re brevemente, a causa di una fin troppo tardiva abdicazione del padre, per appena un mese, tanto da venir soprannominato "re di maggio", anche se pochi ricordano che già fin dal giugno '44 aveva ricoperto la carica di luogotenente del regno svolgendo de facto funzioni regie.
Vale anche la pena di ricordare (come evidenziato da Tommaso Romano nel recente e pregevole "Umberto II e il referendum del 1946 nella Sicilia che votò monarchia") che Umberto II credeva, a differenza degli appiattitori ottocenteschi, nella genuina valorizzazione delle autonomie locali, e firmò proprio in questo spirito lo Statuto speciale della Regione Siciliana. Fu anche lui a concedere il diritto di voto alle donne, altro primato usurpato volentieri dalla retorica repubblicana lasciando cadere la precisazione. Fino alla morte, il buon re esiliato visse la propria condizione con dignità, senza recidere i legami con l'amatissimo Paese lontano ma senza potervi più tornare per una norma transitoria all'italiana, di quelle che non transitano mai. Non abdicò mai, seguitando a mantenere contatti epistolari con migliaia di italiani rimasti fedeli alla Corona, pur ripetendo che la priorità era quella di servire "l'Italia innanzitutto". Fu fatto morire all'estero, in una triste clinica svizzera, spegnendosi - dopo aver recitato il Rosario - con le lacrime agli occhi e sulle labbra le parole: "Italia, Italia, Italia!..."⁸. Impossibilitato ad esser seppellito in Patria, come avrebbe voluto e come sarebbe stato elegante concedere da parte di una repubblica che non fiatò sulla sua scomparsa, Umberto sarà seppellito nell'abbazia savoiarda di Hautecombe, significativamente com'era successo a Carlo Felice un secolo e mezzo prima. Ad ora, le spoglie dell'ultimo re d'Italia riposano ancora fuor d'Italia. "Ingrata patria, ne ossa quidem mea habes" (Scipione l'Africano, "Factorum et dictorum memorabilium").
Naturalmente, dico in chiusura, Vittorio Emanuele III ha avuto davvero diverse delle responsabilità storiche imputategli tutt'oggi dalla vulgata avversa, anche se sul tema andrebbe comunque fatto un discernimento obiettivo tra le propagande repubblicane avverse divampate in quei momenti concitati sotto i più diversi colori ideologici. Non è questo articolo d'altronde la sede per discuterne, e ad ogni modo personalmente chi scrive non ne è affatto un appassionato difensore a oltranza. Ma il punto è che nessuna di queste responsabilità pregiudica la validità o meno dell'istituto monarchico, dato che tutte (si legga bene: tutte) le medesime si sarebbero potute svolgere ugualmente se Vittorio Emanuele fosse stato un presidente di repubblica, e che anzi come intuì notoriamente De Felice furono proprio l'autorità morale peculiare di Monarchia e Vaticano a depotenziare il totalitarismo italiano facendone un "totalitarismo incompleto", cosa non avvenuta nel caso repubblicano tedesco. Ed infine un conto è l'istituzione, un altro la singola figura che l'incarna. Punire la prima per punire la seconda è una forma di superficiale infantilismo politico enormemente diffusa in epoca moderna, come dimostra il fatto che questo sia il maggiore dei ricorrenti argomenti repubblicani da 2 giugno.
Scriveva Giovannino Guareschi, reduce dalla prigionia biennale in Germania per non aver voluto tradire il proprio giuramento di fedeltà, nell'articolo "Addio, Giovannino", pubblicato su "Candido" del 13 giugno 1946, giorno della partenza, parole d'onore ed anticonformismo:
"Uno stemma è caduto: spazio disponibile. Il bianco della nuova bandiera italiana è rimasto immacolato e ognuno cercherà di imporre il suo marchio a quel candore. Alla fine si accorderanno per ricamarvi una R e una I che potranno significare semplicemente Repubblica Italiana, o Repubblica Illusoria, oppure Ricostruzione Italica o Rinnovamento Integrale perché l'avvenire è nelle mani di Dio. Potrà divenire la bandiera di una meravigliosa Italia, ma non potrà mai più essere la tua bandiera, Giovannino. La monarchia è sconfitta, il Re parte e con lui parte anche Giovannino, l'altro me stesso fatto di sogni. Io e Giovannino siamo tornati assieme dalla volontaria prigionia in terra nemica dove assieme - il corpo e l'anima - avevamo lottato con la fame e la nostalgia per mantenere fede alla nostra bandiera. Assieme abbiamo camminato per le strade della Patria ritrovata, assieme abbiamo pianto e sperato sulle rovine delle case. Assieme ci siamo arrampicati sul ripido sentiero del referendum fiancheggiato dalle crocette rosse e azzurre, e tu mi guidasti la mano, Giovannino, quando anche io piantai sulla riva una crocetta azzurra. Ma ora le crocette azzurre sono finite ed è giunta l'ora di dividerci. Io rimango qui, condannato dal mio dovere di padre e di cittadino, fino al termine dei miei giorni, al lavoro obbligatorio. Io resto e Giovannino (l'altro me stesso fatto d'aria) si sfila da me, ritrova gli zoccoli, si carica sulle spalle la sacca con la gavetta e il fornellino di latta, riappende al collo il suo piastrino e torna al lager. Ci dividiamo, Giovannino: tu nel Regno delle ombre, sotto la vecchia bandiera; io nella Repubblica dei sopravvissuti, sotto la nuova bandiera. Addio, Giovannino."
Un debole permanere della monarchia italiana non avrebbe mutato probabilmente in maniera significativa le nostre sorti generali. Probabilmente oggi la situazione politica e sociale non sarebbe significativamente diversa. Ma per tutte le ragioni che ho voluto esporre, e lasciando parlare quel "sentimento" genuino cui accennavo in apertura, nel giorno di oggi come ogni anno io mi trovo sul versante poco popolare dei monarchici, quello di Giovannino Guareschi e della "sua" signora Cristina: "Che democrazia?! I Re non si mandano via mai!".
Viva il Re.
"Perché sono monarchico? Per ragioni storiche, per ragioni sentimentali, per ragioni pratiche. Per me, un presidente di Repubblica è sempre una persona espressa da un partito e non riuscirò mai a considerarlo al di sopra delle parti. Non potrò mai ascoltare la sua voce come quella della Patria. Penso però che le monarchie siano destinate tutte a scomparire, non perché siano superate o i popoli non le vogliano più, ma perché nessuno vuole più fare il re. Troppo faticoso, troppo impegnativo, troppo scomodo, troppo poco divertente per la società moderna." (Giovannino Guareschi)
Note
1) Per leggere invece un raro esempio d'elaborazione generale monarchica ideologicamente pregnante si rimanda a "Il dramma dei Savoia nel dramma italiano", pubblicato da Giulio Pozio all'alba del referendum (Roma, maggio 1946).
2) Si può contestare (ed è stata contestata) la legittimità in sé e per sé di un referendum chiamato a deliberare di un'istituzione come la monarchia ereditaria che certamente per definizione non dipende e non può dipendere dalla vox populi. Tuttavia, la situazione concreta rende perlomeno comprensibile che (anche per i motivi già richiamati) il sovrano abbia pragmaticamente preferito, prima come dopo il referendum, non prolungare il conflitto civile in Italia, peraltro in una circostanza internazionale a lui sfavorevole sia da parte americana che sovietica. Ad ogni modo, nel suo ultimo messaggio di contestazione dei risultati rifiuterà formalmente di abdicare, considerandosi fino alla morte de iure un pieno Re in esilio.
3) Uno dei motivi che portarono alla condanna a morte di Socrate (naturalmente stando a Platone, che è quasi l'unica fonte che abbiamo su di lui), mediante l'accusa di "corruzione dei giovani", fu proprio la sarcastica e dirompente polemica politica che ingaggiò contro la democrazia ateniese in favore dell'aristocrazia (meritocratica) e della monarchia. Monarchico fu anche lo stesso Platone (è ironico come il suo dialogo "Politèia" sia stato tradotto nel mondo romano, e in italiano, come "La Repubblica"), mentre Aristotele propendeva per la superiorità teorica di una monarchia illuminata retta da un "re saggio" ma la consigliava solo nelle circostanze favorevoli a questo. Nondimeno disprezzava la democrazia, sull'onda dei propri maestri, e preferì scappare dalla democratica Atene per mettersi al servizio della monarchia macedone. Quanto al citato Tommaso, egli indica sull'onda di Aristotele nella monarchia virtuosa il miglior modello possibile, mentre la democrazia (in una versione ancora "equilibrata") come la meno peggiore delle tre forme deteriori di Stato (dopo vi sono la oclocrazia e la tirannia). Bisogna qui richiamare una rapida quanto indispensabile chiarificazione etimologica: spesso "monarchia" viene ricondotta al significato di "governo di uno solo", ma questo è vero solo alla condizione di non far confusione tra i concetti greci di "archè" e "krátos". Se il secondo indica l'esercizio del potere, il primo ha un'etimologia complessa che ha a che vedere con l'"origine" e con un'idea assiologica di forza primigenia. Questo è ciò che nella monarchia risiede nel "mònos", nell'unico. Non si deve insomma confondere la monarchia con la monocrazia. Ángel López-Amo in "El poder político y la libertad" (1957) dimostra come, proprio grazie alle caratteristiche politiche specifiche del suo arché, la monarchia sia l'unica forma statuale in grado di preservare organicamente l'autonomia della società dallo Stato e viceversa.
4) Il revisionismo risorgimentale gode da qualche tempo d'una certa vivacità, insieme a quello della "Resistenza" e di altri miti precedentemente intoccabili della nostra storiografia ufficiale. Un punto di vista sovente ignorato è però proprio quello del Piemonte, la regione da cui partì il moto politico-militare d'unificazione. Com'è stato possibile il paradosso di questo staterello alpino, che portava il codino della jeunesse dorata e che parlava un po' torinese e un po' arpitano, a cavallo tra Italia e Francia, che ha condotto questo movimento nazionalista? Gli stati di Savoia (al plurale) erano un insieme variegato di elementi di origine medievale, tenuti insieme da un sovrano l'antichità del cui trono (900 d.C., facendo dei Savoia la dinastia più longeva del continente) garantiva un profondo ascendente sulle diversificate popolazioni a lui fedeli. Questo è testimoniato tra l'altro dallo stesso giornalista rivoluzionario francese Donat-Cubières, amico di Desmoulins, che sul "Journal de Paris" del 1790 scriveva: "Il Re di Sardegna governa i sudditi più da padre che da re... Ci sono degli abusi alla corte di Torino, ma in genere vi regnano sovrane la costumatezza, la semplicità e l'economia". Le popolazioni rurali di tutti i dominî sabaudi, fenomeno comune nell'Europa invasa dalle armate francesi, insorgeranno in masse armate in difesa della monarchia (si nominino Marguerite Frichelette-Avet in Savoia, i barbets nizzardi e le bande contadine di Mondovì, Vercelli, Santhià, Asti e Acqui), e il ritorno del Re a Torino nel 1814 sarà accolto come una trionfale liberazione. La storica americana Ruth Kleinman ha osservato come questa multietnicità sovranazionale, retaggio dell'origine vassallatica imperiale del Ducato di Savoia, rappresenti un esempio di come "il nazionalismo non fosse affatto una conclusione scontata dello sviluppo politico europeo". Per capire il paradosso di cui sopra bisogna volgere lo sguardo alla classe politico-culturale che in pochi anni avrebbe conquistato l'egemonia del governo "sardo", la cui formazione era recente. Si trattava del nuovo notabilato d'origine napoleonica (tra cui spiccano gli stessi Benso di Cavour), una classe che nel Settecento della nascita intellettuale dei nazionalismi aveva manifestato la velleità alfieriana allo "spiemontizzarsi" proprio per un sentimento d'inadeguatezza di frontiera del Piemonte rispetto allo standard nazionale italiano. Questo rompeva chiaramente con l'origine e la tradizione dinastica sabauda, ma l'ambizione più profonda di questi nuovi esponenti era quella di convincere la stessa Casa Savoia, cui in uno stato così marcatamente dinastico i liberali erano legati non meno dei realisti, a far propri questi nuovi motivi. Ciò avverrà con Carlo Alberto. Questo re è stato a lungo deformato dalle ricostruzioni storiografiche post-unitarie nell'immagine del "re tentenna", indeciso tra la matrice democratica e rivoluzionaria dei genitori e del suo ramo Carignano e quella legittimista del ramo primigenio. Ma gli storici più aggiornati sono concordi nello smentire questa esegesi, vedendo nel Carlo Alberto maturo un sovrano intimamente devoto a princìpi royalistes. Charles-Albert Costa de Beauregard nel suo "La giovinezza di Carlo Alberto" (1888) ha mostrato come egli amasse e fosse amato nella tranquilla e tradizionalista Savoia, e d'altronde per vent'anni il sovrano collaborò proficuamente con Clemente Solaro della Margarita (in foto in alto), dimenticato e nobile rappresentante del "vecchio Piemonte" monarchico-municipalistico. Persino il deputato radicale Giovan Battista Josti prendendo la parola al parlamento subalpino nel 1850 ammetterà che "se veramente vogliamo essere sinceri, non era tanto il governo assoluto arbitrario che ci fosse odioso; anzi, si dica pure onestamente ch'esso era piuttosto paterno". Solo a malincuore Carlo Alberto concederà lo Statuto (concepito peraltro in termini molto meno democratici rispetto alla prassi consolidata dai governi degli anni Cinquanta), e solo per ottenere nel 1848 il sostegno politico e bellico del notabilato nazionalista. Questo sarà infatti il motivo della rottura di Carlo Alberto con Solaro della Margarita (e con la tradizione sabauda ch'egli rappresentava), il quale pur precisando di parlare "da Italiano" nient'affatto chiuso a soluzioni federalistiche alla questione nazionale, contestava l'astratto idealismo degli "italianissimi" radicali e moderati, ricordando che il Piemonte "fa parte d'uno Stato che non è e non ha da essere esclusivamente italiano". Deplorando un eventuale spodestamento degli altri sovrani (come peraltro avverrà, con appello ad un democratico diritto popolare nazionale), e protestando contro la cessione di Nizza e Savoia e la perdita della capitale Torino, questo aristocratico piemontese di provincia vedeva più in là dei centralizzatori nazionalisti che l'avranno vinta, in modo similare al prussiano Constantin Frantz contestatore su basi similari di Bismarck. L'unificazione sarà realizzata proprio dal nuovo ceto di notabili, che trovata una guida eccezionale nel conte di Cavour sapranno raccogliere il sostegno al loro progetto dei corrispondenti notabilati liberali del resto d'Italia, sino alla formazione dello Stato nazionale e centrale che a classe dirigente per tutto l'Ottocento avrà proprio le borghesie nazionaliste di tutta la Penisola.
5) Al termine di lunghe e concitatissime trattative diplomatiche, Vienna e Berlino di concerto giunsero a promettere all'Italia buona parte del Trentino e del Friuli, la proclamazione di Trieste città libera, la Tunisia, e in caso di vittoria anche Nizzardo, Savoia e Corsica. Tutto ciò in cambio non già di un'entrata in guerra al fianco degli imperi centrali, ma della mera non-belligeranza. Il fronte neutralista, favorevole ad accettare queste proposte senza tradire la Triplice Alleanza, ebbe una voce appassionata in Edoardo Scarfoglio, il fondatore e storico direttore del "Mattino", e lo spettro neutralista andava ad estendersi dai liberali giolittiani ai socialisti e agli anarchici ai cattolici. Tuttavia, la piazzaiola minoranza rumorosa interventista ed irredentista delle «radiose giornate di maggio» (nazionalisti di taglio autoritario e liberale, socialisti non conformi, mazziniani, arditi e sindacalisti) avrà infine la meglio, grazie al peso governativo di Salandra e di Sonnino e, a dirla tutta, allo stesso sovrano che - contro l'appassionato parere di diversi elementi di corte e della dinastia - aderì per primo alle passioni nazionaliste del tempo e spinse per l'entrata in guerra al fianco delle potenze dell'Intesa nella «santa crociata democratica» dei Wilson e Clemenceau. Tra i paradossi dei risultati di questo schieramento di campo, all'Italia sofferentemente vincitrice sarà assegnato un Sudtirolo che di possibilmente "italiano" non aveva né ha tuttora nulla (a differenza di Nizzardo e Corsica), in cui la tentata imposizione dell'italiano avverrà con la forza, e la disastrosa pace di Versailles del 1919 oltre a preparare sconsideratamente l'avvento del nazismo e della seconda guerra mondiale diede un forte colpo ai presupposti sociali e diplomatici su cui si reggevano i vecchi stati monarchici del continente. Vedasi l'ostilità poi riconfermata dagli stessi Alleati della guerra successiva verso la formula monarchica continentale, reiterando lo «spirito di Versailles».
6) Giovannino Guareschi, "Diario clandestino" (1943-1945), Rizzoli, Milano, p. 181.
7) Tra queste (primariamente l'inadeguatezza della multiforme e policentrica Italia al modello centralistico e «nazionale» mutuato dalla Francia) va a ben vedere annoverata la stessa sopraccennata: re unitari d'Italia sull'onda di un rivolgimento nazionalista divennero i sovrani di una casata di guardiani delle Alpi di origine francofona ed unica tra le dinastie (anche) italiane a capo di uno Stato composito multietnico non solo italiano. Un'ambiguità alla cui vistosità la storiografia patriottica "sabaudista" tentò debolmente di rimediare con un'esegesi forzosa della storia dinastica (riletta come provvidenziale e lineare premessa al Risorgimento, col corollario peraltro della regolare macroscopica marginalizzazione del personaggio forse più glorioso della storia dinastica, il principe Eugenio), e che, nonostante la progressiva intima adesione dei singoli reali sabaudi al nuovo ruolo di corona italiana (si pensi su tutti a Vittorio Emanuele III che, nato a Napoli, parlava abitualmente napoletano) emerge chiaramente ad esempio nel paradosso delle rivendicazioni irredentiste verso la Savoia, una terra in nessun modo italiana ma giocoforza rivendicata dal nazionalismo in quanto culla omonima della dinastia. Pantaléon Costa de Beauregard, il più grande politico savoiardo dell'Ottocento, avrà a dichiarare che proprio l'impegno sabaudo nella rivoluzione unificatrice italiana rendeva alla coscienza savoiarda (tradizionalmente legatissima alla propria indipendenza dinastica dallo Stato francese) accettabile il passaggio a Napoleone III visto come male minore: "La Savoie ne consentira jamais à être italienne et, s'elle se batte pour cette cause, ce sera lui ôter tout sujet de regrets au jour de la séparation".








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