Annotazioni #2
Coesistono nel socialismo due aspirazioni ben distinte e in intima tensione tra loro, l'una da respingere e l'altra da accogliere, e senza operare questa distinzione è impossibile fare un discorso appropriato su socialismo e comunismo. La prima è una aspirazione escatologica, ed è l'anima più vera e propria dell'ideologia e del movimento socialista, molto più antica della sua nascita ufficiale. Essa nasce dal sospiro del romanticismo sociale d'ogni tempo, dalla velleità egualitaria di vedere un mondo livellato e privato delle sue disuguaglianze gerarchiche e della sua stessa intrinseca infelicità. Non è lontano dal vero chi ha visto in ciò una secolarizzazione della speranza escatologica delle prime generazioni cristiane, rimasta implicita nella religione dei secoli successivi (le cui eresie, non a caso, hanno spesso assunto connotati proto-socialisti rivendicati dallo stesso Engels). Si tratta di sospiro d'intellettuale, non di povera gente: da che mondo è mondo il popolo fa al più ribellioni, mai rivoluzioni. Si ribella allo sfruttamento, alla miseria, alla ingiustizia plateale e non più sopportabile, e chiede che cessino, onde ripristinare uno status quo per sé equo. Il compito di organizzare invece le forme contingenti di malcontento nella direzione della agognata società futura, sin dall'epoca dei dualisti occitani, della bauernkrieg e della jacquerie giù fino alla Rivoluzione francese e a quella russa spetta ad élite intellettuali di estrazione borghese o privilegiata. Babeuf con la sua denuncia dell'incoerenza rivoluzionaria sulla realizzazione dell'égalité era il più oltranzista dei borghesi giacobini. Marx ed Engels erano due figli della borghesia radicale tedesca che seppero cogliere l'attimo opportuno della massiccia proletarizzazione, prodotto della divisione industriale del lavoro in Inghilterra, per elaborare una forma compiuta e sistematizzata dell'eterna tentazione egualitaria. Nel superare il mero vecchio romanticismo sociale per dare sostanza "scientifica" al marxismo, i suoi profeti elaborarono nel «materialismo storico» una visione storicistica precisa. Esso ha il merito di scoprire una dinamica dicotomica, quella del rapporto struttura-sovrastruttura, ch'è reale, e di porre così in evidenza un fondamentale piano d'analisi. Ma il riduzionismo economicistico dell'interpretazione della storia come storia di lotta di classe è una deduzione arbitraria e infondata, se teniamo conto del fatto che gli episodi di lotta di classe sono piuttosto risultato delle eccezionali frizioni in una storia ch'è semmai storia dei tentativi delle élite sociali e politiche (e delle lotte fra di loro) di salvaguardare un equilibrio tra le classi. Che nella nostra epoca, e soprattutto a quella di Marx, questo equilibrio sia rotto rende la sua osservazione esatta, ma desolatamente contingente. Gli storici marxisti ne hanno invece fatto arbitrariamente un vero dogma interpretativo.
I disastri del comunismo novecentesco (cui, nelle mutate circostanze culturali rispetto al Settecento dei circoli di filosofi radicali, masse di intellettuali e di proletarî si votarono con una sincera fede pressoché religiosa), dipendono dalla banale falsità della tentazione romantico-egualitaria sottesa alle speranze socialiste. Malinteso antropologico prima che politico o economico, il socialismo non poté che innalzare in giro per il mondo altari all'impersonale ed anonimo Moloch del «popolo» e della «volontà generale» di classe nella forma di Stati totalitari.
Questo per quanto riguarda la prima aspirazione. Viceversa non bisogna tralasciare, per quanto concerne la seconda, proprio la contingenza cui alludevamo: il socialismo come reazione politico-intellettuale ad un preciso contesto storico reale ossia la proletarizzazione. In ciò, la critica marxista coglie nel segno, parlando di alienazione del proletario privato di ogni forma di azione diretta sull'oggetto del proprio lavoro, di ogni diritto palpabile e reclamabile a gran voce su di esso. Che poi il marxismo peggiori ulteriormente la situazione, sull'onda dei propri malintesi esistenziali, pensando che l'abolizione della proprietà nella sua forma più concreta possa essere la soluzione (sostituendo all'«egoistico» attaccamento ad essa quello ad un ideale umanitario astratto) non cambia l'entità del problema. A ben vedere, la mancanza concreta di proprietà privata è la garanzia di ogni tirannia, sia nello scenario monopolistico privato (in cui solo pochissimi possiedono forme invertebrate di proprietà alienando il gran numero d'individui ridotti allo stato proletario), sia in quello socialista (in cui la proprietà è più o meno integralmente avocata a sé dallo Stato in nome dell'interesse generale). Alla radice di entrambi i mali vi è la medesima concezione sostanziale, la quale ha per mira il «benessere» (discordando poi su quale sia il mezzo più efficiente per giungervi) anche, se necessario, a scapito della proprietà. D'altronde in effetti, i ritmi di produzione e consumo di una società industriale tecnocratica e di massa di qualsivoglia tipo ed organizzazione produttiva necessitano di una razionalizzazione ed ottimizzazione "gigantista" che non può tollerare il «disordine» rappresentato dai meccanismi genuini e variopinti della proprietà. Bisogna qui notare come nell'Ottocento e nel primo Novecento il socialismo sia curiosamente sempre stato poco più che una concitata protesta per la proprietà da parte delle fasce diseredate (mentre per i quadri organizzativi e ideologici già si trattava naturalmente di mirare ad una collettivizzazione statale), laddove nei contesti a massificazione avanzata (vermassung) esso, tanto in versione massimalista quanto riformista, ha mirato in ultima istanza ad una elevazione dei proletarî alla dimensione di benessere già goduta dalla borghesia, per azione di Stato. In termini poveri, ad assicurare al proletariato futuro di domani un'esistenza borghese o post-borghese. Qualora avesse luogo una generale forma di sproletarizzazione, il problema contingente sarebbe verosimilmente arginato, rendendo così superfluo il pretesto reale del socialismo e lasciando nude le sue velleità escatologico-redentive. Bisognerà così porre in evidenza accanto a quest'ultime la corsa supersonica che accomuna l'impersonale gigantismo delle società "capitaliste" e socialiste, che nel profondo è un fattore culturale e non politico-economico. Politica ed economia vi rappresentano volendo, applicando e ribaltando la procedura marxista, al più la sovrastruttura.

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