1922 - Rivoluzione all'italiana
Durante il Ventennio, il 28 ottobre era festa nazionale, in quanto anniversario della rivoluzione fascista. Longanesi sosteneva che gli italiani pensano di poter fare la Rivoluzione col permesso dei carabinieri, e il caso calza a pennello, perché quella del 28 ottobre fu una vera rivoluzione all'italiana: una rivoluzione in vagone-letto, quello preso da Mussolini la sera del 29 da Milano per giungere a Roma la mattina del 30 e poter così accettare l'incarico di formare un nuovo governo direttamente dalle mani di Sua Maestà.
Questa fu la vera "rivoluzione fascista" che consentì il formarsi del ventennale Governo Mussolini: un affare di palazzo, che portò il Re a temporeggiare sullo stato d'assedio consigliato dal primo ministro Facta nei confronti delle camicie nere adunatesi a Roma, per poi defenestrarlo e assegnare l'incarico governativo al leader del partito di quelle camicie nere. Diceva d'altronde sempre Longanesi ("In piedi e seduti", 1948): "Fra Facta e Mussolini, il Paese aveva già fatto la sua scelta: il primo un onest'uomo, con due baffoni bianchi, ignoto a tutti, incapace di uscire dalla tutela giolittiana; il secondo ha due occhi autoritari, passo spedito. Il primo spera, il secondo vuole, e tutti gl'italiani vogliono".
In quest'ultima considerazione v'è una verità fondamentale: l'incarico a Mussolini venne dal Re, ma poggiava su un consenso piuttosto diffuso. Mussolini non fu "imposto" con la forza, ma nel 1922 era un leader che godeva di un ampio successo segnatamente nel ceto medio e medio-basso. La sua popolarità derivava dal fatto di riuscire a porsi quale normalizzatore in anni durissimi, quelli nei quali la violenza del biennio rosso aveva messo il Paese a ferro e fuoco sulla scia dell'esempio sovietico (per capire l'entità di questa situazione, spesso sottovalutata, basti ricordare che nell'ottobre del 1919 il PSI aveva aggiunto la "conquista violenta del potere per il proletariato" nel proprio statuto), il reducismo nazionalista denunciava la vittoria mutilata e la vecchia classe dirigente liberale dell'Italietta ottocentesca e giolittiana (della cui crisi il mediocre funzionario Facta era simbolo emblematico) non riusciva a creare nemmeno un governo stabile per risolvere la grave crisi sociale. La Bélle Epoque e la Grande Guerra avevano aperto un nuovo capitolo della politicizzazione della società italiana ed europea, e la vecchia democrazia borghese dell'Ottocento, già apertasi al suffragio universale maschile (1912) ad opera del suo stesso campione Giolitti, apriva le sue porte ai primi partiti politici di massa in senso novecentesco. La caoticissima situazione antecedente alla marcia aveva reso evidente la ingovernabilità di questo stato di cose tanto ad opera dei vecchi liberali quanto dei nuovi democratici, e queste erano le Termopili ove il bonario Facta si avviava a naufragare tra gli scontri ravvicinati fra le pesanti navi di partiti e ideologie.
Tanto si è discusso sulle «responsabilità» della marcia su Roma. La cultura post-bellica ha potuto facilmente incolparne, nella «vulgata» antifascista, la figura del Re che rifiutò di firmare lo stato d'assedio e consegnò a Mussolini il governo. Fermo restando che ad un'analisi obiettiva erano stati quegli stessi partiti, chiusi nel proprio settarismo, a creare i presupposti della marcia su Roma, l'accusa al sovrano ha una sua validità. Ciò che insinuo è però ch'essa sia di verso opposto rispetto a quella comune: la colpa di Vittorio Emanuele III fu semmai "di difetto", favorendo Mussolini proprio per democratismo. L'apparente provocazione è presto spiegata. Quella italiana, come i corrispettivi iberici ad esempio, era una tipica monarchia «ottocentesca». Fallito il dispotismo della Restaurazione, le monarchie avevano innescato un processo di democratizzazione e imborghesimento, che le aveva a poco spogliate della pienezza del proprio arché regale. Nel caso italiano, la cosa è particolarmente evidente. Vittorio Emanuele è oggi esecrato come «re fascista», ma a inizio secolo era noto come «re dell'estrema sinistra», e applaudito dall'opinione pubblica liberal-democratica per le sue idee di rigida osservanza della prassi parlamentare consolidatasi dopo il Connubio. L'incarico a Mussolini lo diede proprio perché vi vide un leader "dal basso", poggiante su un genuino consenso nella pubblica opinione, e la sua mentalità lo portava istintivamente a favorire una soluzione di tal tipo. Viceversa non avrebbe mai assunto egli stesso l'impresa di cui incaricava il dittatore (superare l'impasse ed auspicabilmente meccanismi politici dimostratisi scaduti o inconcludenti), sottraendola dall'alto alle passioni di parte. Nel primo periodo, come vedremo, Mussolini fu in parte «dictator» nel senso classico di momentaneo risanatore d'uno Stato in crisi. Ma ciò che il Re nel suo provincialismo ottocentesco non capiva era che il Duce si portava dietro, come capo del fascismo, anche una carica totalitaria dalle ambizioni persino antropologiche. Proprio la monarchia avrebbe infine evitato all'Italia, con il 25 luglio, il disastro subito dalla Germania, ma molto di ciò che era succeduto alla marcia su Roma, in un'analisi storica intelligente, era frutto dell'intima agonia monarchica nel secolo del consenso.
Sulle origini ideologiche del fascismo si è scritto molto. Esso poggiava sulla cultura del nazionalismo piccolo-medio borghese dei decenni precedenti, ma veniva da una culla di matrice «proletaria» (socialista e nazional-sindacale) dalla quale non si separò mai. Esso fu anzi, anche nella sua componente piccolo-borghese, un'ideologia intimamente rivoluzionaria (anche nel richiamo a taluni valori tradizionali: se è per questo Robespierre¹ era fautore della castità, delle virtù patriarcali e persino di una religiosità profonda ancorché deista, e d'altra parte il rapporto proprio tra giacobinismo e fascismo - e anche gli altri totalitarismi - è un tema particolarmente sviscerato dalla storiografia di settore²), socialista (anche quando cercò, nella scalata al potere, il sostegno dei capitalisti e dei latifondisti spaventati dal pericolo rosso³) e collettivista (basti ricordare la formula "Tutto nello Stato, nulla fuori dallo Stato").
"La rivoluzione fascista, come quelle precedenti e quelle successive, reclutò i propri attivisti tra le file della piccola borghesia, i cui membri hanno spesso sete di azione e di rotture. Si tratta d'altronde di un'altra lezione di questo studio, che conferma la natura rivoluzionaria del fascismo e la sua eredità giacobina [...]. Come gli agitatori della Rivoluzione francese, gli uomini di Mussolini colpiscono per l'estrazione sociale, come ho appena detto, ma anche per la giovinezza, la violenza fanatica di crociati, la forza della loro utopia e l'ascesa fulminea. Aggiungiamo per completezza che molti erano passati dalle file della sinistra socialista, spesso moderata, o del sindacalismo rivoluzionario. [...] Molti uomini di Mussolini cedettero alla tentazione prometeica di tutte le rivoluzioni moderne dal 1789, quella di creare un uomo nuovo, illudendosi di essere gli artefici di una nuova storia per il proprio Paese. Proseliti di una rivoluzione inedita, ereditaria del giacobinismo, socialista, nazionalista e antropologica, abbracciarono la trinità fascista del 'Credere, Obbedire, Combattere'."
(Frédéric Le Moal, "Gli uomini di Mussolini", L.E.G. Edizioni, Gorizia)
Il nazionalismo di Mussolini, lungi dall'essere restauratore o reazionario (il nazionalismo stesso d'altronde nasce con la rivoluzione francese, come la coscrizione obbligatoria foriera dell'irregimentante militarismo fascista con la militarizzazione di massa della stessa infanzia), era invece nazionalpopolare e financo democratico, se intendiamo la parola in un certo senso preciso⁴. Tesi questa di scarsa risonanza, ma che faccio mia: fenomeni come fascismo e nazismo non furono di rifiuto della politologia democratica di massa (che proprio a cavallo dei secoli cominciava a superare quella élitario-censitaria dell'Ottocento borghese), ma semmai ne furono prodotti, i quali esclusero l'alternanza partitica ma non la dimensione di partecipazione partitica di massa alle vicende dello Stato moderno. Le passioni politiche da cui emersero PNF e NSDAP erano quelle del caos ideologico democratico, cui si proposero quali freni, non in nome di una de-ideologizzazione, bensì di una ideologizzazione ora esclusiva e non più pluralista⁵. Come d'altronde da più tipico schema rivoluzionario, i totalitarismi sono stati guidati da élite politico-intellettuali che han conquistato lo Stato in nome del popolo (inteso come nazione o stirpe nel fascismo o nel nazionalsocialismo, e come classe proletaria nel bolscevismo) pretendendo poi con forza autoritaria in nome d'esso l'obbedienza incondizionata dei rispettivi paesi. Il «ducismo» fu un fenomeno di leadership cesaristica e bonapartistica, basato sul carisma personale del Capo enfatizzato dalla propaganda ("Mussolini ha sempre ragione!", scriveva Longanesi non senza una punta di sarcasmo non colta dalle migliaia e migliaia di ripetitori in orbace dell'aforisma). Il Duce è il «grande fratello» che asceso dal popolo, riconosciuto come eccezionale benché al contempo "uno di noi", torna alla massa per guidarla e inebriarla. Egli seguita ad essere il leader d'una fazione e al tempo stesso identifica il proprio partito con la nazione e con lo Stato (con l'aggiunta del fascio littorio allo stemma nazionale). La costituzione della Repubblica Sociale Italiana del 1943 avrebbe fatto apertamente risalire l'origine dell'autorità del Duce alla formula della sovranità popolare (spingendosi alla proclamazione del suffragio universale). Il ducismo in tal senso fu fenomeno demagogico, democratico e tribunizio, benché Mussolini, nonostante la sua intima e crescente insofferenza per la monarchia, seguitasse ad essere in linea teorica il mero primo ministro del Re, il quale conservava la sua posizione di vero capo di Stato. Maggior carica totalitaria-orizzontale l'avrebbe avuta il «Führerprinzip», che mutuato dal corrispettivo italiano lo sclerotizzò al massimo, con un Führer visto quale incarnazione misticheggiante stessa del Volk tedesco (mentre nel caso fascista l'enfasi verteva più sull'autorità statale pura, in ciò più similmente a come in Germania era stato con un Bismarck), padrone assoluto di un «Führer-Staat» il quale era al contempo anche «Volk-Staat».

Al caos demagogico segue sempre la dittatura plebiscitaria (ce lo insegnava già la grande politologia platonico-aristotelica, e gli ultimi secoli ce l'han confermato), e come Napoleone fu fatto plebiscitariamente dittatore, ma come figlio della cultura rivoluzionaria e giacobina, Mussolini e Hitler divennero plebiscitariamente tali, ma come figli della cultura politica massificata (socialista e nazionalista, nello specifico) dei decenni precedenti. Già Fisher Ames nel 1804 aveva previsto che "per quanto discordanti possano essere le fazioni di una democrazia, tutte cercano un centro, e quel centro è il singolo potere arbitrario di un Capo". Così i nostri totalitarismi novecenteschi andrebbero correttamente letti quali tentativi farlocchi di ristabilire un ordine sociale organico e armonico, distrutto da un gioco delle fazioni uscito dai suoi viabili limiti; e tentativo operato però da un'autorità carismatica (Duce, Führer, Vožh'd) emersa da quello stesso gioco ideologico fazionario, tragicamente difettante di tutte le armoniche caratteristiche superiori atte a questo delicato ruolo sintetico. Una dinamica piuttosto simile in realtà, più che alla dittatura romana (la quale era una vera istituzione, che prevedeva il semestrale affidamento del potere ad una figura responsabile in tempo di crisi), alla tirannia greca, la quale, come ha ben mostrato Numa Fustel de Coulanges ("La città antica", 1864), emergeva nei momenti di sfacelo di quelle poleis democratiche divenute ingestibili, catalizzando un potere assoluto e vitalizio su un capo carismatico poggiante su di un marcato sostegno popolare e a cui veniva tributato un culto della personalità.
Non dimentichiamo che Hitler in persona rivendicò l'appellativo di "arcidemocratico" per sé e per il proprio movimento, e che i più alti gerarchi del regime hitleriano hanno definito quest'ultimo quale autentica "democrazia germanica"⁶. Lo stesso identico discorso, perlomeno su questo punto, può farsi del fascismo mussoliniano. Ne "La dottrina del fascismo", il famoso opuscolo scritto dal Duce di suo pugno nel 1932 per l'enciclopedia Treccani di Gentile, possiamo leggere da un lato il rifiuto della democrazia liberale in quanto sistema disgregante e utilitario, e dall'altro la definizione del fascismo stesso quale "democrazia organizzata, centralizzata e autoritaria" (sic) proprio in virtù del suo porre le masse al centro dello Stato, laddove lo stesso Mussolini altrove polemizza con la democrazia parlamentare proprio in quanto "parodia della genuina democrazia". Confermata e massimizzata nel fascismo è la tendenza alla politicizzazione frenetica della vita sociale e individuale, come il connesso arbitrio burocratico liberticida dello Stato, che raggiungerà il colmo in episodi come la Circolare Starace n. 4116 con cui nel 1938 si arrivò a pretendere di controllare per via ministeriale persino il linguaggio quotidiano e l'uso della stretta di mano. Secondo Jules Romains, "Hitler e Mussolini sono despoti appartenenti all'epoca della democrazia, che han pienamente profittato del dubbio servizio offerto da essa all'uomo nella nostra società iniziandolo alla politica, assuefacendolo a quella tossina, facendogli credere che la storia lo interpella, lo consulta, ha bisogno di lui in ogni momento". Nei noti colloqui mussoliniani con Emil Ludwig del 1932 si possono leggere le sue idee circa la necessità di puntare sulla massa, che disorganizzata è un gregge di pecore, ma organizzata e condotta da un leader carismatico diventa una potenza storica inarrestabile. Nel 1926, intervistato dal "Sunday Mirror" di Londra, parlò di una "autocrazia sulla via della democrazia", dichiarando che "il fascismo stabilisce l'uguaglianza verace e profonda di tutti gli individui di fronte alla nazione". Mussolini era un tribuno, un portavoce popolare, la sua concezione della politica non era aristocratica, ma democratica, in senso cesarista⁷.
Inizialmente, egli invero seppe adempiere piuttosto egregiamente alla funzione essenzialmente «tecnica» di mero normalizzatore di una situazione di crisi: il che non stupisce troppo, anche considerato come visto che già i romani sapevano che una circostanziata parentesi dittatoriale può giovare in tempo ingovernabile di caos demagogico, con un organicismo, per quanto più o meno spurio, sicuramente vincente in questi frangenti rispetto alla logica fazionaria e disgregante del sistema abbattuto. Va d'altronde ravvisata in Mussolini, in un certo qual modo, una personalità d'eccezione, capace in un ambito travagliato come quello della giovane Italia unita di raccogliere, al proprio «picco» politico, un significativo consenso grossomodo trasversale (il che non crea però i presupposti di legittimità ed organicità, anche se ne può riprodurre alla lunga una certa apparenza). Ma d'altra parte la dimensione normalizzatrice non era stata che un'iniziale occasione di presa del potere per le più sinistre velleità prometeiche del movimento fascista, e come ogni cesarismo che pretende di essere paradigma poggiando su tale prometeismo ideologico, anche il fascismo nel tentativo di farsi totalitarismo e di forgiare l'italiano nuovo sarà vittima della propria progressiva illusione gnostica e delle contingenze, conducendo man mano l'Italia alla guerra e allo sfacelo. Emerse allora tutta l'inefficacia dell'azione «pedagogica» del regime, sfaldatosi rovinosamente e repentinamente con il tramonto della stella carismatica del suo Capo. Non va certo poi trascurata l'influenza che su di esso ebbe dopo la metà degli anni Trenta il vincente modello hitleriano (di cui il dittatore romagnolo subì un contradditorio ma forte fascino, sino ad un ampio allineamento ideologico e geopolitico), che incrementò notevolmente le tendenze totalitarie del regime in concorrenza imitativa con l'omologo teutonico.
Il fascismo nacque, come detto, da un incontro tra eresie del socialismo e del sindacalismo e l'ethos nazionalista della media e piccola borghesia, e proseguì (ora con successo, ora in maniera sorprendentemente inefficace), con la sua liturgia politica quasi-totalitaria, l'opera di nazionalizzazione delle masse (per dirla con Mosse) inaugurata nel secolo precedente dallo Stato nazionale liberale di cui fu becchino. In coda si segnala che l'interpretazione forse più ignorata e più azzeccata del fascismo sarebbe quella che lo analizzasse quale tentativo artificioso di adeguare una realtà come quella peninsulare italiana al modello di grande potenza nazionale, centralizzata, industriale e coloniale, tipico della contemporaneità ottocentesca e della prima metà del Novecento, tentando di riuscire là dove aveva fallito il nazionalismo liberale post-risorgimentale arenatosi ad Adua (di qui l'esaltazione di Crispi da parte della propaganda fascista). In ciò ebbe aspetti contingenti più classicamente autoritario-efficientistici (i famosi «treni in orario») che puramente totalitari di massa come nel caso tedesco, nel tentativo di emendare la vecchia Italia dei campanili, dei dialetti, dei mandolini e della dolce vita per renderla competitiva con il modello «nordico» e con quello del nuovo secolo. Un modello cui la natura storico-ontologica dell'Italia appariva sempre più lamentevolmente inadeguata, generando nel suo Duce l'infastidita volontà di creare quell'italiano nuovo che avrebbe adempiuto alla missione del tempo. Le eccessive ambizioni mussoliniane, dei cui esiti disastrosi si è tanto e a ragione parlato, sono a ben vedere l'apice ultimo di una volontà ottocentesca di fare artificialmente dell'Italia una potenza secondo il modello centralizzato e nazionalista contemporaneo.
La marcia su Roma vera e propria fu comunque un episodio diverso, parallelo e più complesso della rivoluzione in vagone-letto mussoliniana. Essa fu compiuta in parte dalla piccola borghesia nazionalista da cui venivano i sogni dannunziani del fascismo, ma in parte da quella base proletaria (e sottoproletaria), nazionalsindacalista e repubblicana che a San Sepolcro aveva fondato il primo fascismo, la quale rimarrà nel Ventennio uno zoccolo duro tenuto ai margini del regime per poi riemergere come fenice nella parentesi terminale di Salò. La marcia servì da dimostrazione scenografica (fu a modo suo un evento spettacolare e concitato) di ciò che Mussolini sosteneva dinanzi alle istituzioni in crisi, ossia di avere la forza e il potenziale per diventare uomo di governo. La scelta del regime di iniziare a contare gli anni della nuova «Era Fascista» («E.F.») a partire da quell'ottobre del 1922 ricorda quella della Prima repubblica francese di fare la medesima cosa a partire dal 1789, ad ulteriore suggello d'una mentalità rivoluzionaria (la quale, da sempre, non risparmia il calendario).
1) I motivi per cui Mussolini ripudiò il deismo di Robespierre (ma anche parimenti il lascito di De Maistre, ponendosi dinanzi al binomio francese rivoluzione-controrivoluzione in una sorta di «terza via», che a parer nostro come detto si risolve comunque sostanzialmente e nettamente nella rivoluzione), preferendo pragmaticamente una generica difesa machiavellico-maurassiana della tradizione cattolica italiana quale «instrumentum regni», sono illustrati personalmente dalla penna del Duce nella già citata "Dottrina del fascismo". Scriveva poi il medesimo Mussolini sul "Popolo d'Italia" negli anni '20: "Il fascismo è una fede civile e politica, ma è anche una religione, una milizia e disciplina dello Spirito che ha avuto, come il Cristianesimo, i suoi confessori, i suoi testimoni, i suoi santi". Il maggiore storico del fascismo, Renzo De Felice (che ebbe a definirlo «democrazia di massa»), rimarcò quanto gli elementi di richiamo al passato in esso presenti, primo fra tutti il mito della Romanità, "non vadano letti come forma di nostalgia conservatrice", quanto più come ispirazione simbolica per l'inquadramento nazionale delle masse volto alla "sacralizzazione della politica tipica di un certo tipo di Modernità rivoluzionaria". Il Duce fu sempre nell'animo e nelle convinzioni un repubblicano ed un «radicale», e come lui tutto lo «zoccolo duro» del fascismo nel suo complesso. Il fascio littorio fu recuperato, quale simbolo politico moderno, in primis proprio dalla Prima repubblica francese, quella di Marat e Robespierre. "Per questa divina Patria abbiamo combattuto, e dalla nostra giovinezza essa si attende la sua primavera. Nell'attesa diamo al vento le nostre canzoni guerriere ripetendo un grido che trascinò lontano: Ah, ça ira!", proclamava nel 1921 Marcello Manni richiamando il canto rivoluzionario francese ed un giovanilismo militante di origine ottocentesca che trovava piena espressione nelle camicie nere.
2) Proprio a parentela con la Rivoluzione francese, Le Moal sottolinea "la vicinanza [dei gerarchi fascisti] alla Massoneria, di cui fecero parte in molti. Mussolini ne aveva certo preso le distanze fin dall'epoca del PSI, ma questo non era il caso di molti suoi ministri, che erano stati iniziati sin da giovani. Lui stesso confessò: 'De' Stefani è forse l'unico uomo politico a me vicino che non abbia mai avuto accomodamenti con il potere della Massoneria'". Da segnalare la lettera mussoliniana a Graziani del 27 giugno 1944, in cui il Duce parla della "marcia della Repubblica Sociale contro la sua Vandea". Il rapporto intellettuale del fascismo con la Rivoluzione francese fu ambivalente. Pur rifiutandone da un lato la componente cosmopolita-illuminista e liberal-borghese ("gli immortali princìpi dell'Ottantanove" intesi come "il mondo della democrazia [parlamentare], della plutocrazia, [...] dei grandi affaristi e speculatori" contro cui si alza quale "antitesi netta" la "nazione proletaria" fascista), al contempo rivendicò esplicitamente l'eredità rivoluzionaria e democratica della sua anima giacobina: intervistato nel 1936 da Yvon De Begnac, ad una domanda su Spengler il Duce confidò: "Sarei stato fiero se [nella sua analisi] avesse appaiato il fascismo temporalmente e ideologicamente ai sogni giacobini di Robespierre, di Saint-Just, di Rossel, di Cipriani, dei puri della rivoluzione militante". Difatti per Mussolini "quello che nel 1789 ha fatto il popolo francese ha fatto oggi l'Italia fascista che prende l'iniziativa nel mondo" (1926). Bottai definì il fascismo "forza di sinistra, superamento ma non negazione del 1789". Lo storico Emilio Gentile parla di una "via alternativa alla Modernità".
3) A Ludwig, il Duce dichiarò testualmente: "Siamo, come in Unione Sovietica, per il senso collettivo della vita; vogliamo rafforzare tale senso collettivo a discapito della vita personale". Mussolini si dichiarò sempre socialista, ancora nel crepuscolo di Salò. Il saldarsi di nazionalismo e socialismo (in alcune sue branche "eretiche") è un fenomeno europeo che inizia già a inizio '900 (si pensi, in Italia, al pensiero di Enrico Corradini, o al sindacalismo rivoluzionario nazionale di Filippo Corridoni, a sua volta derivato dal filone d'oltralpe di Georges Sorel), e si conferma specialmente nel periodo della Grande Guerra (il collaborazionismo francese della seconda guerra mondiale dei Drieu La Rochelle e Brasillach parlerà poi di "fascismo immenso e rosso"). Mussolini era figlio di questa saldatura. Al momento di salire al potere, il Duce avrebbe voluto un patto di pacificazione col PSI (parzialmente concluso, all'inizio, da Acerbo e Zaniboni), ed una collaborazione con esso dopo averlo convinto ad allontanarsi dalla prospettiva internazionalista. Questa la linea che il Duce avrebbe patrocinato se gli eventi non lo avessero condotto alla rottura col PSI antifascista, e alla decisione opportunista di patrocinare dunque gli interessi dei grandi ceti borghesi spaventati dell'avanzamento socialcomunista (e poi di arrivare al monopartitismo). Di qui l'occhio strizzato al mondo agrario e industriale, che vedrà scongiurate le velleità rivoluzionarie dei socialcomunisti in favore del ministero liberista e risanatore di Alberto de' Stefani (il quale tuttavia scontenterà ugualmente la loro brama di monopolio), poi accantonato a fine decennio da un Mussolini impaziente di inaugurare una linea dirigista, quella degli anni '30. Ancora nel 1924, e fino alla crisi Matteotti, Mussolini guardava speranzoso ad una possibilità d'intesa con il socialismo italiano anti-bolscevico. A Bottai, il Duce avrebbe detto senza mezzi termini: "Se trent'anni fa avessi conosciuto i borghesi italiani come li ho conosciuti in tutti questi anni, avrei fatto una rivoluzione di fronte alla quale quella del compagno Lenin sarebbe sembrata una sciocchezza". Come dichiarato nell'ultima intervista del 1945 ad Ivanoe Fossani, il passaggio da esponente del PSI a fondatore del fascismo era avvenuto nella concezione di Mussolini "adattando[si] socialisticamente alla realtà" dopo che "l'evoluzione della società aveva smentito molte delle profezie di Marx". Nel 1938 confiderà a Carlo Alberto Biggini la sua insoddisfazione per i compromessi cui era stato portato con il ceto della grande borghesia capitalista, della quale non può comunque dirsi esser stato un mero strumento come a lungo sostenuto (e tuttora) da una vulgata storiografica ancora figlia del giudizio del Comintern staliniano.
4) Non si parla evidentemente di democrazia liberale o progressiva, ma nell'accezione generale e specificamente carismatico-plebiscitaria. Dell'intrinseco cesarismo latente della democrazia liberale moderna scrisse già Max Weber ("Wirtschaft und Gesellschaft", 1919), pur senza osare ancora prevedere la pur logica successiva svolta monopartitica che sarà invece teorizzata dall'allievo Robert Michels ("Élite e/o democrazia", 1934, rappresentante, con Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto, della benemerita scuola elitista che molto ha sviscerato, tra il resto, la tematica in questione.
5) Emblematico d'altronde come il sistema totalitario di massa sia del fascismo che del nazismo si basasse su partiti (il che, peraltro, significa letteralmente "fazioni", in ambigua contraddizione coi propositi organici del loro nazionalismo, ma coerentemente con la nostra argomentazione): il Partito Nazionale Fascista e il Nationalsozialistische Deutsche Arbeiter-Partei. Anche lo stesso spunto ideologico corporativo-rappresentativo, in sé genuinamente organicistico, venne realizzato in senso ideologico, irregimentato, statalista e burocratico (in maniera ben più vicina alle suggestioni socialistico-corporative nazionali di Fichte che non alle corporazioni medievali; per il Mussolini dell'intervista a Fossani, il corporativismo fascista è "socialismo italiano, [...] unica forma di socialismo realizzabile"). Con ciò non bisogna dimenticare che, come da nome, il fascismo (e soprattutto il suo sottobosco culturale) fu un calderone piuttosto eclettico. Se il ministro Edmondo Rossoni poteva spingersi addirittura a rivendicare apertamente per il fascismo un posto nella "discendenza di pensiero rivoluzionaria inaugurata quale massimo esponente da Carlo Marx", un certo mondo nazional-conservatore dopo la nascita della «diarchia» s'illuse di ravvisarvi una mera «restaurazione dell'autorità» dello Stato monarchico in crisi, mentre eterodossie non mancavano talvolta in ambito editoriale. Per esempio la dimenticata ma memorabile (per quanto abbozzata) esperienza di Strapaese, contrapposta a Stracittà, ebbe caratteri autenticamente spoliticizzanti, e fu non a caso costretta alla «fronda» dalla censura del regime nei confronti dell'istintivo dissenso alla naturale piega totalitaria che esso aveva preso.
6) Hitler definì sé stesso ed il proprio movimento «arcidemocratico» («erzdemocrat»), tra le altre occasioni, al discorso di Monaco di fine 1938, in cui contrappose la democraticità del nazionalsocialismo alle "dittature di Schuschnigg e Beneš" avverse rispettivamente all'Anschluss e all'annessione nazista della Cecoslovacchia. Il 30 gennaio 1937 a Berlino aveva definito il nazionalsocialismo "la più autentica democrazia", ed il 21 maggio 1935 aveva rivendicato il carattere «democratico» della costituzione nazionalsocialista dello Stato. Tra l'altro, a pag. 99 dello stesso "Mein Kampf" (1925-26) auspicava "una vera democrazia germanica con libera elezione del Capo, obbligato alla piena responsabilità delle sue azioni", e a pag. 579 affermava che: "La base dell'autorità è sempre la popolarità". Tutto il testo (soprattutto la seconda parte del 1926, quella più propriamente teorica) illustra ed espone una concezione della politica apertamente demagogica e demo-plebiscitaria di massa. Tra le altre testimonianze del carattere populista e democratico del nazionalsocialismo, Goebbels proclamava: "Tributo onore alla rivoluzione francese per le possibilità di vita e di felicità che ha aperto al popolo. In questo senso, se volete, potrei definirmi democratico", definendo il nazionalsocialismo "sinistra germanica" (6 dicembre 1931), "esecuzione della volontà generale" (25 aprile 1933), "democrazia autoritaria" (31 maggio 1933), "democrazia germanica" (21 giugno 1933), "più nobile espressione della democrazia europea" (19 marzo 1934); Rudolf Hess: "Il nazionalsocialismo è la più moderna democrazia del mondo, basata sulla fiducia della maggioranza"; e Léon Degrelle: "Democratico è chi è stato messo al potere dal popolo, ma la democrazia non si limita ad una sola formula: può essere partigiana o parlamentare. Oppure può anche essere autoritaria. L'importante è che il popolo lo abbia voluto, scelto, stabilito". Lo stesso in un'intervista per il documentario del 1993 "Il nazismo esoterico" di Marco Dolcetta torna su questo punto illustrando l'importanza nel nazifascismo del rapporto passionale con le folle dominate dal carisma del Capo, rivendicando in ciò l'autentica democrazia popolare rispetto a quella parlamentare. Quanto al socialismo intrinseco alla dottrina nazista sin dal nome, crediamo superfluo soffermarvici (sulle idee di Hitler circa il rapporto tra socialismo e grande monopolio capitalistico-industriale tedesco, vedi le confidenze a Otto Wagener dalle memorie pubblicate nel 1971). Basti dire che pur detestando visceralmente il marxismo smarcandolo dal proprio "Deutschen sozialismus", Hitler ebbe addirittura a riconoscere: "Ho imparato molto da Marx, lo confesso apertamente. Solo che io ho fatto le cose sul serio. Questi nuovi strumenti di lotta nazionalsocialisti si rifanno a quelli marxisti, come sarebbe potuto essere il marxismo se fosse stato depurato dalle scorie nocive che contiene".
7) Tuttavia, Mussolini veniva dal basso, mentre Cesare era un aristocratico di cultura politica democratica. In questo, suo epigono e perfetto cesarista fu Napoleone, non Mussolini o Hitler. Su questo punto, vedi anche Erik von Kuehnelt-Leddihn, "Liberty or equality" e "Leftism"; e Nicolás Gómez Dávila, "Notas" ("Cesare, Mirabeau, Napoleone e gli altri individui di tipo similare possono nascere solo in seno ad una classe aristocratica, le cui frontiere tracciano esigenze morali, privilegi politici, impertinenze sociali e preponderanze economiche. Ma non crescono e non si sviluppano se non laddove la democrazia trionfa; per questo collaborano all'agitazione rivoluzionaria [...] Gli autentici aristocratici sono i difensori della libertà dall'arbitrio passionale dei Cesari").




Commenti
Posta un commento