Dubia Neroniana
Meno male che adesso non c'è Nerone? Non si tratta solo di un punto interrogativo aggiunto al titolo della famosa canzone, ma di una esemplificazione del dibattito su Nerone che agita le coscienze negli ultimi anni, e che ha voluto capovolgere una presunta "leggenda nera di Nerone" creando quella "bianca" d'un sovrano simpatico e popolare, illuminato e magnanimo, calunniato da una damnatio memoriæ ingiusta da parte della solita storia "scritta dai vincitori". Quanto senso ha questa lettura? Non molto, lo anticipo, ma la questione è comunque complessa e merita un approfondimento, alla ricerca d'una figura, Nerone Claudio Cesare Augusto Germanico, imperatore, dall'innegabile ed antico fascino oscuro. A ben vedere, il motivo del can can che ancor oggi fanno attorno alla sua figura i "non addetti ai lavori".
Prima però, approfittiamo dell'occasione per un excursus più ampio. Esso non sarà utile in alcun modo ad indagare la tanto attenzionata personalità privata di Nerone, ma la storia non è fatta solo di sentimenti e aspirazioni individuali dei grandi personaggi, e d'altronde un personaggio politico troppo romanticizzato (in positivo come in negativo) dev'essere per prima cosa restituito al suo contesto sociale e politico. E per far questo, faremo qualche doveroso passo indietro.
Nerone, come tutta la struttura del principato che si ritrovò a reggere, era figlio (ormai già abbastanza remoto) di un'epoca di crisi istituzionale profonda del mondo romano tradizionale. Senza voler scomodare Romolo e la lupa, i sette re di Roma e Muzio Scevola, il passaggio dalla monarchia alla repubblica romana era conciso con un crescente diversificarsi organico delle istituzioni, quelle stesse che, dopo una graduale e lineare evoluzione, erano entrate in irrimediabile crisi nel passaggio che preparò la strada ai Caligola, ai Nerone e ai Traiano. Lunghi secoli repubblicani erano stati segnati dallo stabile predominio dell'istituzione che sarebbe stata la più grande nemica di Nerone: il Senato romano. Esso era composto in prevalenza dall'antico patriziato, arricchito in seguito da illustri plebei dotati di cursus honorum. La celebre costituzione mista della Res Publica romana poggiava sull'equilibrio tra diverse magistrature che s'interfacciavano ed equilibravano a vicenda fra loro, ma il ruolo prestigioso centrale del Senato era rimasto nei secoli al centro della vita politica romana. In una società come quella romana, lontana in questo anni luce dal nostro moderno sentire, qualsiasi carica pubblica era guardata dai cittadini con un deferente rispetto (non così necessariamente ogni suo occupante, anche perché a questo atteggiamento di rispetto corrispondeva quello di sdegno ed eventualmente anche satira per gl'indegni, su cui vigilava la censura), ed i senatori erano coloro che più di tutti, per l'antica e consolidata schiatta cui appartenevano, simboleggiavano questa virtuosa auctoritas. Scriveva Theodor Mommsen, raccontando i giorni più luminosi dell'istituzione, che "il popolo romano, grazie al suo Senato, poté realizzare per un periodo più lungo di quanto solitamente concesso ai popoli la più grande delle imprese umane: un saggio e felice autogoverno".
In quest'ultima considerazione è nascosta una delle cause del declino senatoriale: istituzione risalente (in un nucleo concettuale primitivo e assai diverso) ai primissimi giorni dell'Urbe, esso aveva fatto da organo governativo primario d'una Roma geograficamente limitata, che dalla città si estendeva al Lazio e a tutti i domini assoggettati dalla Res Publica in Italia. Il suo buongoverno assembleare fu possibile fintanto che il territorio romano costituì un dominio relativamente locale, gestibile con il funzionariato e la milizia dipendente dal Senato. Le grandi conquiste imperiali degli ultimi secoli avanti Cristo contribuirono al cambiamento della situazione. Le riforme rivoluzionarie di Gaio Mario trasformarono la milizia in un esercito permanente ed inquadrato, da cui iniziò sempre più a dipendere la stabilità dell'ordine politico. Frattanto, anche il potere cambiava di conseguenza il proprio volto. Se tradizionalmente la patria potestas, rappresentata dalle sue matrone e pater familias, aveva rappresentato un'autorità autonoma e sovrana nel proprio ambito, coordinata nella Res Publica ma mai da essa emanata e strettamente dipendente, con l'espandersi della Res Publica quest'ordine era silenziosamente tramontato. Una grande centralizzazione monistica del potere nelle mani della Res Publica stessa (dello Stato, potremmo dire con un anacronismo) l'aveva sostituito, sviluppando un sospetto distruttivo di qualsiasi associazione ed autorità non emanante da quella statale (un'attitudine recuperata dal corpus iuris civilis e dal diritto romano d'età imperiale e tardo-antica), ed aveva parallelamente minato il prestigio senatoriale che aveva ceduto il passo a quello dei capi carismatici di fazione.
La battaglia politica tra optimates e populares tra II e I secolo a.C. non nascondeva solo (anche se primariamente, trattandosi di clientele molto personalistiche) il conflitto tra patriziato ed ordine equestre-plebeo, ma quello tra la conservazione del potere nelle mani dell'oligarchia senatoria e l'accrescimento di quello nelle mani dell'autorità tribunizia e militare. Le divisioni non erano troppo rigide in un senso di classe come avrebbe voluto la storiografia marxista d'inizio Novecento, tanto che ottimati furono l'equestre Cicerone e i plebei Catoni e Pompeo, così come popolare fu il patrizissimo Cesare. Più spesso tuttavia il discorso girava attorno a logiche di potere, così che se l'Uticense richiamava l'impersonalità delle istituzioni romane come cardine del discorso ottimate, la guida del partito fu assunta dall'arrivista ed interessato Pompeo, anch'egli esponente di prim'ordine del nuovo protagonismo politico-militare che stava affossando il sistema senatoriale-repubblicano. Il genio di Cesare trionfò dei suoi nemici, ma perì nella congiura che sarà vendicata da Ottaviano, il quale a dirla tutta non seguirà davvero il programma del patrigno. Ottaviano non è che l'ultimissimo anello del lento trapasso di poteri dal Senato (e dalle magistrature indipendenti) al protagonismo carismatico-militare. Non a caso, è anche il primo imperatore. Ha evidenziato Michail Rostovcev nella sua monumentale "Storia sociale ed economica dell'Impero romano" che "l'Imperatore governava completamente attraverso l'esercito e fintanto che l'esercito era disposto a sostenerlo ed obbedirgli"¹. Questa situazione degenerò progressivamente coi secoli, perché Augusto nella sua restaurazione aveva ricostruito davvero un nuovo ordine "repubblicano" (per quanto pericolosamente monistico), che poteva in qualche modo fare da ago della bilancia. Ma un ago che aveva tratto tutti i suoi poteri dall'esercito, l'enorme moloch burocratico che teneva unite le provincie, per cui i periodi di anarchia militare della storia imperiale non vanno che letti come crisi croniche d'un sistema militarista.
È questa la situazione in cui nasce Nerone. Il Senato era stato svuotato del proprio antico potere da un Imperatore che si fregiava tra gli altri del titolo di princeps Senatus, e che forse (così la pensava ad esempio Ferrero) nelle intenzioni del primo Augusto doveva esserlo davvero. Ma già al tempo di Nerone divenne chiaro come il principato non fosse ormai che una forma di despotismo dinastico-militarista camuffato da orpelli repubblicani che coprivano la tradizionale fobia anti-monarchica dei romani². I senatori erano un'oligarchia priva di potere di governo il cui ruolo era schiacciato tra l'Imperatore e la forza militare su cui si reggeva. Al più il Senato poteva giocare un ruolo nell'interpretare i malumori dell'esercito ed operare golpe e congiure contro imperatori impopolari, motivo per cui gli imperatori più intelligenti (da Traiano a Marco Aurelio) furono prudentemente attenti a conservarne il favore. Il Senato rimaneva quell'appiglio a cui i generali insoddisfatti potevano far ricorso per giustificare le ribellioni al princeps, e queste saranno anche le dinamiche della fine di Nerone.
Nero, Neronis. Un cognomen con un presagio, s'è vero com'è vero che l'etimologia di probabile matrice sabina fa riferimento al coraggio, al valore, ma anche alla ferocia. D'altra parte, non crediamo che Nerone potesse essere infastidito da un nome così "importante". Tutt'al più ne era più probabilmente divertito e compiaciuto. Era nato nel 37, il padre era un plebeo nobilitato della stirpe degli Enobarbi, così chiamati per via della vistosa barba color rosso acceso che distinguerà anche Nerone. Alla nascita il nome è Lucio, che assieme a Gneo era uno dei due tradizionalmente attribuiti agli Enobarbi. La madre era Agrippina Minore, figlia di quel Germanico che raccoglieva nelle sue vene il sangue di Augusto, Agrippa e Antonio, nonché sorella di Caligola. L'ultimo imperatore della stirpe giulio-claudia nasceva raccogliendone tutti i possibili afflussi genetici, una premessa che non faceva certo immaginare un'imminente fine della gens. Eppure, il clima di sospetto e assassinio familiare che aveva segnato le generazioni precedenti poteva ispirare qualche legittima riserva. Il padre veniva dalla plebe nobilitata, e non ebbe un grande ruolo nella vita di Lucio, che fu cresciuto dalla zia Domizia Lepida, madre di Messalina, mentre Agrippina era in esilio per aver congiurato contro Caligola. Donna stravagante, accusata di stregoneria, da lei Lucio mutuerà il carattere fuori dalle righe e la passione per la danza e lo spettacolo. Da due eruditi liberti greci svilupperà la passione per il filellenismo di maniera arrivato a Roma con gli Scipioni. Dopo l'assassinio di Caligola, ch'era stato imperatore tirannico e spietato, Agrippina poté finalmente tornare in patria ed occuparsi personalmente dell'educazione di Nerone, che divenne lo strumento del suo progetto di rivincita verso il potere.
È qui che entra in gioco Seneca, il più grande stoico del periodo, che fu richiamato in Italia per diventare precettore di Nerone dopo che Agrippina sposò Claudio e revocò la condanna all'esilio del filosofo. Dando subito sfoggio della sua indole crudele e spietata (non messa in dubbio da nessuna rivalutazione storica, a quanto sappiamo) Agrippina fece per prima cosa condannare a morte Domizia Lepida, che Nerone sembrava considerare la vera figura materna. Al giovane fu imposto il matrimonio con Ottavia, di appena otto anni, figlia di Claudio e Messalina, e Agrippina affinò il suo piano per conservare il potere anche dopo la morte del ben più anziano marito (e zio), evitando di perire anche lei nelle rovinose lotte di successione che sembravano reiterarsi ad ogni morte d'imperatore. Nel 50 finalmente l'adolescente fu adottato da Claudio ed aggiunse finalmente i nomi di Nerone e Germanico che volevano ricordare la sua discendenza materna da Germanico e quindi da Augusto e Cesare. Nel 54, Claudio sarebbe morto avvelenato, quasi certamente da Agrippina. Di lì a poco anche Britannico, figlio di Claudio appena tredicenne, sarebbe andato incontro alla stessa fine, per ordine dello stesso Nerone che non va dunque immaginato quale mero docile e disinteressato strumento nelle mani della madre.
Eppure, va detto che il Nerone dei primi anni fu un imperatore poco meno che esemplare, cui si può addirittura ascrivere un'opera di schietto buongoverno. Abituato alla congiura e all'omicidio anche spietato³, seppe dare prova però persino di clemenza, s'è vera la citazione riportata da Seneca e Svetonio prima di firmare una condanna a morte in mera esecuzione del codice penale, che riteneva eccessiva: "Quam vellem nescire literas!" ("Quanto vorrei non saper scrivere!"). Quello dal 54 al 59 è ricordato come "quinquennio felice", per l'influsso benefico che Seneca ebbe sull'azione politica del giovane ed inesperto imperatore, che fu così rispettoso del Senato, attento alla mediazione coi ranghi dell'esercito e con la guardia pretoriana e sensibile al richiamo della figura moderatrice di Augusto. Riporta Svetonio che addirittura, memore degl'insegnamenti stoici di Seneca, il giovane Nerone abbia risposto ad un'ovazione dell'assemblea senatoriale rifiutando gli applausi, rimandandoli a "Quando ne sarò degno". Persino nei giochi gladiatori risparmiò sovente la vita ai morituri, e sotto l'influsso di Seneca e dello stoicismo pose anche un freno ai bagordi e al clima di lusso superfluo che imperversava da decenni. Già allora emersero le passioni artistiche maturate nell'educazione di Lepida, ma è possibile che siano potute persino apparire doti da principe illuminato e mecenate, vista la virtuosa politica d'equilibrio perseguita. Seneca ed il saggio prefetto Burro esercitavano su di lui un influsso benefico che, se Nerone fosse morto nel 59, avrebbe potuto farcelo ricordare come un Lorenzo il Magnifico d'età romana. Ma in quel 59 entrò nella vita di Nerone l'elemento di destabilizzazione.
Poppea Sabina era figlia del pretore tiberiano Tito Ollio, e di un'omonima madre che Tacito assicura esser stata una delle donne più belle ed amabili del suo tempo. La figlia non doveva dissomigliarle, se riuscì a stregare Nerone rappresentando (secondo Tacito, ed in questo gli storici attuali non hanno argomenti significativi per smentirlo) il motivo decisivo della sua svolta politica. Per disfarsi della scomoda discendenza da Tito Ollio, Ollia (questo il suo vero nome) prese il nome dell'avo Poppeo Sabino che era stato un grande console, e si avvicinò sempre più al giovane imperatore. Il suo matrimonio con l'amico di quest'ultimo, Otone, con l'abbandono del primo marito Rufrio Crispino, è materia di dibattito tra gli storici, ma verosimilmente fu Nerone a volere la sua unione col fidato sodale, in modo tale da avvicinare Poppea a sé e poterne fare la sua amante. Amato dal popolo di Roma (soprattutto dalle plebi, che ne acclamavano la demofilia populista), esaltato come un vero dio, inebriato dell'amore per Poppea, Nerone iniziò a sentire come un'oppressiva gabbia la cerchia di filosofi e prefetti che la madre gli aveva costruito intorno. Alcuni pensano sia stata addirittura Poppea in persona, che aveva ben capito la situazione, ad ispirargli il matricidio, che portò in quel fatale 59 alla morte d'una donna che aveva anticipato con la sua spietatezza la caricatura di sé stesso che sarebbe diventato il figlio negli anni successivi, e che verosimilmente era giunta ora a tramare persino verso di lui mirando ad intronizzare un futuro marito per rimanere al potere.
Persino Seneca approvò l'omicidio di Agrippina, eseguito dal sicario Aniceto. Vi era stato spinto dall'antipatia personale che covava per la spregiudicata e cinica donna, ma più probabilmente dal servilismo verso un Nerone che appariva sempre più volitivo e sciolto dal suo controllo. Nel 62 morì Burro, secondo Tacito per malattia, secondo Svetonio proprio perché avvelenato da un Nerone ansioso di liberarsi dal suo patronato. Quel ch'è certo è che a quel punto Nerone allontanò Seneca, sostituendo Burro con Sofonio Tigellino, prefetto del pretorio e uomo crudele e spregiudicato appena rientrato da un duro esilio. Sotto Tigellino verranno emanate numerose leggi contro il tradimento volte a serrare Nerone, che iniziava a perdere quella rete di consenso nelle élite senatoriali e militari costruita da Burro, da possibili congiure. Queste leggi basate sul mero sospetto e foriere di accuse strumentali porteranno allo sterminio di diversi esponenti dell'aristocrazia senatoria e militare in pochi anni. L'unica che resisteva del vecchio quadro di corte apparecchiato da Agrippina era solo la povera e mansueta Claudia Ottavia. Tacito riferisce che "viveva ritiratissima, insopportabile a lui perché era la figlia di Claudio, e perché godeva dell'affetto del popolo". Nerone, che non l'aveva mai amata, si risolse infine a ripudiarla con il pretesto della sterilità, e sposò Poppea dopo aver allontanato Otone, il quale si era innamorato seriamente di lei e non voleva lasciarla. Promoveatur ut amoveatur, lo nominò così governatore della Lusitania. Per ironia della sorte, sarebbe diventato brevemente imperatore nei travagliati anni del dopo-Nerone. La plebe, che aveva sempre amato il suo Nerone, non prese bene questo ripudio della pia Ottavia in favore dell'intrigante Poppea, e protestò sonoramente spingendo Nerone a richiamare la moglie ripudiata pochi giorni dopo il matrimonio. Si vissero allora momenti concitati, perché l'Imperatore era forse per la prima volta dinanzi ad un popolo avverso. Ma Poppea ebbe la meglio, e Nerone che l'amava sinceramente non esitò a reprimere il dissenso ed esiliare Ottavia lontano con l'accusa strumentale di procurato aborto (in contrasto con quella precedente di sterilità).
In una corte in cui ai funzionari e ai consiglieri filosofi si erano sostituiti i ruffiani, gli adulatori e i ceffi alla Tigellino, Nerone si beava nel sogno di un populismo autoreferenziale slegato da qualsiasi gestione ragionata del potere. Forse era effetto dell'eccessiva tutela in cui Seneca e Burro lo avevano tenuto, riservandogli un ruolo troppo spensierato per farsi le ossa in politica. Ora egli contava solo sulle sue tecniche consolidate e sul controllo delle eventuali élite dissenzienti che gli veniva dalla guardia pretoriana di Tigellino. Poppea ne assecondava le tendenze autocratiche allontanandolo il più possibile dai residui d'influenza dei primi cinque anni, e per questo può essere considerata in un certo senso una sua vittoria la congiura di Pisone che nel 65 tentò di rovesciare il marito. Essa era maturata in ambienti senatoriali e generaleschi, mossa soprattutto da figure colpite sul personale o negli affetti da Nerone e Tigellino, più raramente da idealisti speranzosi di restaurare la Res Publica o almeno un imperatore simil-augusteo attento all'equilibrio delle istituzioni, che speravano di trovare appunto in Gaio Calpurnio Pisone. Alla congiura pare che avessero partecipato il grande letterato Lucano (autore della "Pharsalia" e nipote di Seneca) e lo stesso Petronio, l'arbiter elegantiarum autore del "Satyricon" che era stato una delle figure più curiose e pittoresche della grottesca corte neroniana. Scoperta la congiura, Nerone si risolse ad una repressione esemplare che travolse responsabili e sospettati, tra cui lo stesso Seneca, di cui non fu provato il coinvolgimento ma che fu costretto a dissanguarsi dal suo allievo ormai lontano anni luce dai suoi antichi insegnamenti. Nello stesso 65 morì però anche Poppea. Secondo una voce effettivamente diffamatoria sarebbe stato lo stesso Nerone, ubriaco, ad ucciderla con un calcio. In realtà Poppea morì per probabile complicazione di gravidanza (aveva già dato all'Imperatore una figlia nata morta), e Nerone che l'aveva sempre amata ne rimase traumatizzato.
Nel 64 era scoppiato il grande incendio che avrebbe distrutto una buona parte dell'Urbe, e che è legato più di qualsiasi altra cosa a Nerone nell'immaginario collettivo. Delle quattordici regioni che componevano Roma, tre furono totalmente distrutte, e sette subirono danni irreparabili. Tacito riporta negli "Annales" la "voce" che fosse stato lo stesso Nerone ad appiccare l'incendio, sul quale avrebbe addirittura cantato con la cetra rifacendosi al rogo di Troia. Gli storici moderni sono pressoché unanimi nello smentire questa versione, che lo stesso Tacito riportava come diceria. Più probabilmente l'incendio ebbe causa dolosa, forse una stufa lasciata inavvertitamente accesa, e d'altronde Nerone aveva subito predisposto un soccorso della popolazione ed abbassato il prezzo del grano per venire incontro ai ceti provati. La sua ricostruzione della città sarebbe venuta loro incontro con una nuova pianificazione che scoraggiava la speculazione edilizia e che ottenne plauso popolare. Tuttavia, approfittando dell'incendio l'Imperatore farà costruire la sua Domus Aurea, cosa che fece ulteriormente insospettire gli storici antichi e li portò a dar credito alle voci che volevano Nerone colpevole. Lo stesso Tacito (il più prudente, rispetto a Svetonio e Cassio Dione che attribuiscono senza dubbio l'origine dell'incendio all'Imperatore) riferisce di alcuni alimentatori dell'incendio e saccheggiatori che si giustificarono sostenendo di aver ricevuto ordini in tal senso dall'alto. Benché la cosa non sia da escludere con sicurezza, ed alcuni storici in controtendenza seguitino ad accusare Nerone riportando come persino uno dei suoi più stretti collaboratori, caduto in disgrazia per la congiura pisoniana, lo accusasse dell'incendio, resta più sensato ipotizzare l'origine dolosa in una città oppressa dal caldo e fatta quasi interamente di legno. Senz'altro, posto che si trattasse solo di voci, è significativo che esse siano potute nascere, in riferimento ad un imperatore le cui velleità d'artista stavano sfuggendo di mano scadendo nel grottesco e caricaturale.
Come noto, Nerone mise a tacere le voci sull'origine colposa accusandone i cristiani, ch'erano all'epoca una ristretta comunità di recente origine mediorientale e lingua greca. Che le ritorsioni siano state feroci, questo lo riferisce anche Tacito, che certo non aveva i cristiani in simpatia, ma che riferisce di sbranamenti e torce umane di cui la stessa plebe, pur considerando i cristiani "nemici del genere umano", ebbe compassione. Benché si sia suggestionato che questa avversione ai cristiani fosse condizionata da un'influenza di Poppea, che la tradizione ebraica riporta come filo-ebrea⁴, è ampiamente probabile che Nerone non desse affatto ai cristiani l'importanza che pensiamo noi oggi. Per l'Imperatore doveva trattarsi tutt'al più di un ideale pittoresco capro espiatorio della rabbia popolare, ma che non costituì certo per lui la preoccupazione rappresentata nei vari "Quo Vadis?". D'altronde, se quella neroniana fu la prima grande persecuzione romana dei cristiani, essa fu anche una persecuzione dovuta a cause molto "contingenti", l'accusa d'incendio appunto, e sarà Domiziano il primo persecutore dei cristiani in quanto tali. Nella persecuzione trovarono la morte sia Pietro che Paolo (che nel 59, al calare del "quinquennio felice", era riuscito ad ottenere la grazia presso Nerone grazia alla cittadinanza romana), assieme a tanti altri santi e protomartiri, e questo contribuì ad un'enfasi particolare su quest'ondata persecutoria che fu d'altronde molto feroce. Essa si allineava d'altra parte al modus operandi brutale e spietato che Nerone aveva preso da quando si era avvicinato a Tigellino.
Sarebbe tedioso soffermarsi troppo sulla riforma monetaria che Nerone mise in porto nel 64, per ovviare allo sfacelo delle casse di Stato che era derivato dalla ricostruzione e soprattutto dai lavori per la Domus Aurea. Sicuramente questa riforma, che colpì il denario argenteo per favorire l'aureo, era motivata da una volontà di venire incontro ai ceti plebei ed equestri, su cui Nerone seguitava a contare per il proprio consenso, e parallelamente rinvigorire artificialmente ed in poco tempo quelle casse di stato così provate e lente a tornare atte agli sperperi e agli spettacoli che sotto Nerone erano all'ordine del giorno (sia per suo gusto personale, sia per una politica "festaiola" di consenso). C'è chi ha ipotizzato una sorta di subdolo gioco da parte dell'Imperatore, che avrebbe messo in piedi un'appariscente perdita di peso argenteo tenendo segreta la parallela svalutazione al fine di prendere due piccioni con una fava. Molto probabilmente, a muovere Nerone fu un'attitudine populista poco meditante le conseguenze a lungo termine di questi giochi finanziari, e mirante solo a tenere in piedi il proprio consenso paternalistico verso le plebi (specie ora che esercito e senato gli sfuggivano sempre più di mano), anche se una certa abilità non può essergli certamente negata, e lo stesso Tacito parla piuttosto bene di quest'operazione. D'altronde, non fu una crisi economica la causa della fine di Nerone, ma una crisi militare, com'era più ovvio in un sistema strutturato come quello romano.
Nel 67, tediato dal difficile equilibrio politico di Roma, Nerone aveva preso baracca e burattini ed era partito per un viaggio in Grecia, ove era sicuro di trovare gente più avvezza all'arte rispetto ai romani. Qui parteciperà ai giochi olimpici, ed il suo filellenismo subirà un tal rinvigorimento da portarlo ad esentare la Grecia dagli oneri fiscali. D'altra parte, ogni cinque anni si svolgevano nell'Urbe dei "Neronia" pseudo-olimpici per festeggiare l'anniversario della sua ascesa al principato. Benché non fosse certo il migliore tra gli atleti, non stupisce a conti fatti che i greci lo abbiano riempito di trofei, che saranno esposti nel trionfo dell'Imperatore tornato a Roma. La sua autoreferenzialità, l'isolamento nella sua corte clientelistica ed il discredito della sua immagine per la ferocia degli ultimi anni stavano però creando un malcontento accresciuto dall'ostentazione di queste stravaganze artistiche e sportive, tra i ranghi politici e soprattutto militari, che amavano sempre meno l'imperatore atleta e cantante. Appena tornato Nerone a Roma, il governatore della Gallia Lugdunense, Gaio Giulio Vindice, si ribellò alla sua autorità, e Nerone rispose con una nuova ondata repressiva, intenzionato a far fuori tutti gli alti comandi militari, palesemente tacitamente solidali con l'impresa di Vindice. Fu uno di loro, Servio Sulpicio Galba, governatore delle provincie ispaniche condannato al suicidio da Nerone, l'uomo su cui confluirono allora le speranze per una successione. Egli si unì allora formalmente all'insurrezione di Vindice appellandosi al Senato e al popolo romano, come da prassi consolidata per ogni golpista imperiale. Quando il comandante della III legione Augusta in Africa, Lucio Clodio Macro, interruppe i rifornimenti di grano alla capitale, la situazione per Nerone divenne davvero critica, a maggior ragione dopo il tradimento della guardia pretoriana, corrotta dai sostenitori di Galba, contro di lui e Tigellino.
Infine il Senato lo dichiarò formalmente decaduto, ottemperando al compito che gli era ormai riservato in epoca imperiale, e Nerone fuggì nella villa del liberto Faonte dove, per evitare di cadere in mano ai golpisti, si suicidò con l'aiuto del segretario Epafrodito. Fu lui a recidere con un colpo di spada la carotide all'Imperatore, di cui riferì le ultime parole in punto di morte, secondo Svetonio: "Qualis artifex pereo!" ("Quale artista muore con me!"). Al contrario di quanto sostenuto da diversi divulgatori attuali, Nerone non subì il processo della damnatio memoriæ, di cui non risulta alcuna traccia nelle fonti, ed anzi il cadavere fu rispettato da Galba e ricevette degna sepoltura privata, alla presenza di ciò che restava della sua luculliana corte⁵, come la storica amante liberta Claudia Atte. Stando a Svetonio, il popolo si divise dinanzi alla morte di Nerone: coloro che erano rimasti progressivamente disgustati dal suo cinismo sanguinario notarono la felice coincidenza della data della sua morte con quella della povera Ottavia, ch'era stata amata dalle plebi ed infine condannata addirittura a morte dal marito dopo esser già stata esiliata. È probabile che il clima da grandi purghe che dominava il mondo del potere non dovesse essere ignoto alla stessa plebe che pure Nerone gratificava con la sua politica. Tuttavia, lo stesso anti-neroniano Svetonio riferisce dell'altra campana, ossia di coloro che piansero il Nerone amico dei poveri, e che ancora per anni portarono sulla sua tomba fiori freschi e finti editti in cui il defunto annunciava il suo ritorno per vendicare la congiura di cui era stato vittima. Si diffuse tra le plebi la voce che Nerone non fosse morto davvero, ma sarebbe tornato per loro, ed almeno tre presunti Neroni si sarebbero presentati negli anni successivi.
La tradizione successiva ha riservato a Nerone un'attenzione inedita tra gli imperatori romani, e d'altronde troppi erano gli spunti che la figura offriva. La tradizione cristiana ne ricordò la ferocia della repressione del 64, e papa Pasquale II nel XII secolo ne farà rimuovere i resti convinto che fossero di cattivo augurio per Roma. Di qui la particolare enfasi nei secoli successivi rispetto a tanti altri: fin dai primi tempi dell'agiografia cristiana, come Costantino assurse a modello ideale d'imperatore virtuoso, Nerone incarnò per eccellenza quello speculare e deteriore. In più il carattere stravagante della sua fascinazione per le arti contribuì col tempo ad un'immagine caricata di mero "folle" che non tiene naturalmente conto della complessità reale dei fatti. Tacciare di "follia" un qualsiasi personaggio storico ambizioso e spregiudicato è d'altronde prassi banalizzante comune (anche al giorno d'oggi), e se vi sono effettivamente delle stranezze in lui come in Caligola che hanno fatto sospettare un seme di nevropatia nei giulio-claudi (il che non è comunque da escludere a priori), queste sarebbero anche solo addebitabili all'atteggiamento epico-satrapico con cui guardavano a sé stessi. Lo stesso Commodo, a loro slegato da vincoli di sangue e figlio anzi del saggio Marco Aurelio, ne sarà d'altronde ancor più connotato.
Ma la moda della enfatica rivalutazione di Nerone, col capovolgimento di quest'immagine, va relegata a ciò che è, una banale moda appunto, nemmeno troppo sorprendente. Che un personaggio da secoli demonizzato sia ora parzialmente rivalutato sulla base di considerazioni storiografiche crea un fascino attorno alla sua figura che porta facilmente a compiere il ribaltone volendo vedere ora in Nerone un sovrano buono ed illuminato, vittima d'una damnatio memoriæ (che come s'è visto in realtà non ci fu) ingiusta e infamante, un simpatico imperatore-artista diffamato da una secolare congiura del silenzio. La simpatia moderna per Nerone nasce con gli illuministi francesi, e giunge ai divulgatori di oggi che vi trovano un tema interessante per il grande pubblico. Resta indubbio che la grande parte delle fonti su di lui ci vengano da autori (Tacito, Svetonio, Cassio Dione) legati all'aristocrazia senatoria a lui avversa, che fu colpita dalla sua politica filo-popolare, e che queste fonti tacciano o almeno ridimensionino i risultati positivi della politica neroniana. Ma qualsiasi atteggiamento storiografico serio può portare al più a concludere che le fonti enfatizzino e sminuiscano retoricamente certi aspetti e riportino alcune dicerie, certo non che inventino di sana pianta tutto il quadro della figura. Una conclusione di questo tipo sarebbe metodologicamente assurda e non terrebbe conto del condizionamento cui sono soggette ove più ove meno tutte le fonti storiche su qualsiasi personaggio, per di più se importante figura politica.
Da un'analisi obiettiva sia delle fonti di cui disponiamo (che non possono essere improvvisamente trattate come carta straccia) sia delle riflessioni sulle plausibili tendenziosità cui possono andare incontro, emerge il ritratto d'un imperatore politicamente sprovveduto nel reggere tutto il proprio potere solo su di un populismo demagogico tralasciando totalmente l'attenzione agli equilibri di potere politico e militare alla base della stabilità del suo impero, un atteggiamento opposto a quello degli imperatori effettivamente lungimiranti precedenti e successivi. Egli anzi difese questa stabilità con una politica terroristica di repressione, diretta da Tigellino, che mieté un numero considerevole di vittime sia presso i politici che presso i militari. Lo stesso assassinio di Seneca, probabilmente estraneo alla congiura pisoniana, è indice di questa feroce paranoia che ormai muoveva Nerone. Il suo atteggiamento verso la plebe fu effettivamente benevolo, ed esso non riceve dalle fonti la giusta considerazione, ma a ben vedere proprio l'illusione vagamente tribunizia di potersi cullare solo sul consenso demagogico che gli veniva dagli strati popolari gli fu fatale. E d'altronde Durkheim, commentando la famosa "Cité antique" di Fustel de Coulanges, poteva notare come già in Grecia "i tiranni dell'antichità usarono il livellamento e l'adulazione del popolo come mezzo privilegiato per conservare il potere". La figura di Nerone, sin dalla sua nascita di strumento nelle mani della madre, ha a ben vedere del tragico, ed egli avrebbe probabilmente preferito fare davvero l'artista, seguendo l'ispirazione datagli dalla povera ed amata Lepida fatta uccidere dalla madre che lo obbligò al suo tragico destino politico per smania di potere. Al contempo riprese egli stesso la spietatezza materna. Lungi dall'essere un buon esempio di governante o la stereotipica macchietta monocorde consegnataci dalla cultura pop, fu come molte figure entrate nell'immaginario collettivo molto più poliedrico e sfaccettato. Ma sottratto alle introspezioni individuali e alla tentazione d'un'enfasi eccessiva in questa direzione, Nerone è politicamente figlio deteriore di un contesto storico più ampio, quello di una struttura imperiale basata su un equilibrio di poteri malfermo e sproporzionato, caratterizzato da una violenta contesa strutturale, e non è un caso che alla sua morte per mano di Galba seguirà un breve concitato, caotico e violento contrapporsi di diversi generali al titolo imperiale.
1) A ben vedere, la stessa etimologia rivela questa verità. Se princeps infatti indica un rimasuglio della pretesa augustea di essere il "primo del Senato", imperator (che la successiva accezione medievale trasformerà nel titolo universale di re dei re particolari) riconnette immediatamente la figura del principe al suo essere tale in virtù "dell'impero", cioè come leader della compagine assoggettata dalle armi della Res Publica. Ecco dunque emergere indirettamente la matrice eminentemente militaresca della figura, e d'altronde il latino classico distingueva nettamente tra rex (politico) e dux (militare), risultando imperator spesso usato quale sinonimo del secondo.
2) È indubbio che il principato non fosse in alcun modo una pura monarchia, non solo per la preservazione esteriore delle istituzioni repubblicane ma soprattutto perché il vero arché del potere era l'esercito, ed il principe una figura di sintesi generale (per quanto dotata di poteri esecutivi e connotati esteriori simili a quelli d'un monarca assoluto), dipendente dal consenso delle legioni. Sin da subito nessuno sforzo fu fatto, e coscientemente, per instaurare un genuino principio ereditario. Senza dubbio il modello dei sovrani orientali dal sapore vagamente faraonico, persiano ed alessandrino eserciterà un progressivo fascino sugli imperatori ed influenzerà la concezione culturale della figura (di cui s'iniziò ad affermare addirittura la necessità di un culto, e d'altronde gli stessi giochi giubilari in onore di Nerone ricordano gli Heb-Sed egizi, anche se il nome "Neronia" tradisce nuovamente un criterio più tirannico-carismatico che monarchico-dinastico), ed è significativa in tal senso la successiva transizione al dominato, ma parlare di monarchia resta fortemente improprio ed impreciso. Paradossalmente peraltro col dominato si accentuerà la malferma dipendenza del potere imperiale dagli umori militari. Il pregiudizio anti-monarchico era visceralmente radicato nell'animo romano, ottimate o popolare, patrizio o plebeo, perché rimandava alla mitologia fondante della Res Publica che risiedeva nella cacciata di Tarquinio il superbo. Solo l'appannamento di quest'antica concezione potrà consentire l'importazione a Roma di tratti satrapici stranieri, ma essa non verrà mai davvero meno, ed ancora nel 476 lo stato si reggeva formalmente su un Senatus PopulusQue Romanus dai rimandi repubblicani. Benché nei suoi secoli di splendore la Repubblica romana abbia rappresentato un faro di saggezza politica, la mancanza d'una figura monarchica più forte dei due consules era percepita dalle menti più illuminate, come Cicerone ("De officiis", 44 a.C.), che non potendo scampare però alla mentalità anti-monarchica s'inventerà un princeps dai tratti non meglio definiti per incarnare un ruolo monarchico più forte e sentito. Ad esso peraltro era probabilmente debitore lo stesso Augusto, in una concezione ancora genuinamente "repubblicana" del potere che s'incrinerà coi suoi immediati successori dando vita al despotismo militare successivo.
3) La spietatezza sanguinaria anche tra consanguinei fu una costante delle successioni al titolo imperiale nei secoli, e non ne fu esente, benché lo si sia rilevato molto meno, lo stesso Costantino, il quale fece uccidere non solo Licinio ed il figlio Liciniano, ma addirittura il proprio stesso figlio Crispo e la propria moglie Fausta.
4) Il filo-ebraismo di Poppea è attestato da Giuseppe Flavio che sostiene che ella riuscì persino ad intercedere presso l'Imperatore affinché salvasse la vita di alcuni sacerdoti condannati in Giudea dal governatore Felice. La stessa tradizione ebraica parla di un viaggio di Nerone a Gerusalemme spingendosi a suggestionarne una conversione all'ebraismo (tutte cose di cui la storiografia romana non fa minimamente cenno). Se così fosse, l'ostilità di Nerone al cristianesimo troverebbe una giustificazione ulteriore in quella che l'ebraismo ufficiale, a pochi decenni dalle vicende di Cristo, riservava ai cristiani. La fascinazione per una dottrina escatologica orientale sarebbe di sicuro in linea col gusto dell'alta società romana d'allora, e dello stesso Nerone, anche se un certo antisemitismo era parallelamente diffuso nel sentire romano. La questione rimane di difficile soluzione, ma rimane interessante, anche se il silenzio delle fonti romane non gioca a suo favore. Noi ne dubitiamo fortemente.
5) Non però Tigellino che, dopo esser stato il grande interprete del suo regno del terrore e dei suoi bagordi di corte, tradì il suo imperatore dando nuovamente prova della sua abiezione. Accolto da Galba che non lo conosceva, non scamperà però ad Otone, di ritorno dall'esilio lusitano e nuovo imperatore l'anno successivo, che lo punirà con quella stessa costrizione al suicidio ch'era stata suo marchio di fabbrica sotto Nerone.











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