Piccolo caporale

"Ai posteri l'ardua sentenza". Forse siamo ormai abbastanza "posteri" da poterci domandare se fu o no "vera gloria". Napoleone è stato, a monte di ogni giudizio politico di valore, indiscutibilmente uno di quei pochi personaggi che riescono a conquistare la storia, a farsi non solo emblema d'un'epoca ma dell'idea comune stessa della "storia". La famosa frase sul cavallo bianco, che è ogni tanto di Alessandro Magno, ogni tanto di Cesare e ogni tanto di Napoleone, testimonia come nel linguaggio e nella concezione comune Napoleone sia ormai sinonimo non solo della sua epoca a cavallo tra Settecento e Ottocento, Rivoluzione e XIX secolo, ma dell'idea stessa della "storia". Questo rende impegnativo formulare un giudizio completo, ma anche più interessante. 

Ciò detto, Napoleone Bonaparte nasce ad Ajaccio nel 1769, un anno dopo il suo passaggio alla Francia da parte della Repubblica di Genova. La stessa nascita còrsa di Napoleone sembra in qualche modo preconizzarne il futuro d'incarnazione per eccellenza del nazionalismo moderno: pochi anni prima, nel 1765, la Corsica era stata giudicata da Rousseau come un esempio perfetto di piccola e giovane nazione in cui si poteva assistere al risveglio dello spirito patriottico, e dunque la più adatta ad una costituzione democratica¹. Figlio di una famiglia isolana che grazie agli sforzi del padre era riuscita a dimostrare una remota discendenza dalla piccola nobiltà pisana, Napoleone nacque all'insegna del nazionalismo còrso, e dell'insofferenza per una nazione che non sentiva sua. Iscritto all'accademia militare di Brienne, subì gli sfottò dei compagni, originari della nobiltà transalpina, i quali lo accusavano proprio di essere uno straniero. Si narra che un giorno sia sbottato in un: "Aspettate che sia grande: voglio far tanto male a voi francesi!". Nel 1787, solo due anni prima della presa della Bastiglia, il giovane Napoleone (che coltiva la memoria della Roma repubblicana e sa leggere e scrivere in italiano) scrive su un dimenticato testo giovanile dal vago sapore wertheriano-ortisiano: "Francesi, non paghi d'averci portato via tutto ciò che ci era caro, avete anche corrotto i nostri costumi. La situazione attuale della mia patria, e l'impossibilità di mutarla, sono dunque un nuovo motivo per fuggire una terra in cui sono obbligato per dovere, a lodare per virtù uomini che invece dovrei odiare. Quando arriverò nella mia terra, che linguaggio adottare, che atteggiamento tenere? Quando la patria non è più, un buon patriota deve morire". 

La conversione di Napoleone alla Francia arriverà probabilmente molto gradualmente, partendo da un entusiasmo per i fatti del 1789 sino ad una sempre maggior integrazione nella nuova realtà francese rivoluzionaria che lo porterà a sentirsi finalmente in pace con quella patria che, nei primi anni, gli era sembrata così estranea. Giungerà addirittura a cambiar cognome, da "Buonaparte" a "Bonaparte", per francesizzarne la grafia e la pronuncia. Durante la guerra civile d'indipendenza in Corsica capitanata da Pasquale Paoli (1793-1796), la famiglia Bonaparte e lo stesso giovane caporale Napoleone, che erano stati con Paoli contro Genova, prenderanno posizione filo-parigina. L'assimilazione era ormai compiuta. Napoleone amava la Francia, il suo essere una nazione giovane, rivoluzionaria, proiettata verso un futuro radioso, e voleva esserne protagonista. Nel 1793 aveva assistito alla decapitazione di Luigi XVI in Place de la Révolution, in qualità di giovane giacobino repubblicano, senza mai più immaginare che su quel trono alle Tuileries non troppi anni dopo avrebbe seduto lui. Il suo primo incarico importante, dopo essersi fatto notare dai comandi politici e militari, fu la repressione del porto di Lione, nel dicembre 1793, ove fece sparare sulla folla di monarchici che sperava in una sollevazione sostenuta dall'Inghilterra. In quest'occasione il Bonaparte dette prova della propria spietata intransigenza, che fu parecchio apprezzata dalla Convenzione e dal Comitato, e i suoi uomini si macchiarono di infierimenti feroci sulla popolazione dissidente. Il suo nome acquistò così per la prima volta risonanza e la Convenzione lo nominò generale di brigata sotto patrocinio di Paul Barras, di lì a poco capo dei termidoriani e del Direttorio. 

Dopo che una seconda rivolta monarchica, stavolta a Parigi, fu nuovamente repressa nel sangue dal piccolo caporale còrso, Barras si convinse del suo valore come difensore della Repubblica, e ormai virtualmente a capo del paese lo nominò generale del corpo d'armata, avviandolo alla campagna d'Italia. Quello che succede politicamente in Francia da questo momento in poi ricorda parecchio le dinamiche del passaggio da Repubblica a Impero al tempo di Roma antica. La caotica repubblica, minacciata in continuazione dalle lotte di fazione e dalla nostalgia per la monarchia, diventa sempre più ingovernabile dalle forme del potere centrale, mentre in uno scenario di espansionismo militare acquista rilevanza il vertice dell'esercito. L'imperialismo francese era già cominciato all'epoca dei girondini e dei giacobini, con la "guerra preventiva" che aveva portato all'invasione dei paesi confinanti da parte delle armate rivoluzionarie e la creazione delle prime repubbliche sorelle basate sulle élite rivoluzionarie e collaborazioniste locali e sull'imposizione di una ingente tassazione. Napoleone reitererà questo schema con una particolare efficacia, e grazie al suo carisma sarà in grado di creare un verticismo che lo rese di fatto il padrone di quel nuovo centro di potere francese che era l'esercito. Un qualcosa di rapido, inaspettato e imprevedibile. Le forze sabaude e austriache furono sbaragliate da un generale che dimostrava un'inedita capacità strategica e un ascendente ideologico e carismatico molto forte sui suoi uomini, tanto da ottenere da un Direttorio sempre più imbarazzato il comando supremo delle armate francesi dopo il suo ingresso trionfale a Milano. 

Napoleone iniziava ad emergere quale mattatore d'un nuovo tipo di guerra: una guerra di massa, basata sui numeri della chiamata di leva obbligatoria e sulle contrapposizioni ideologiche e nazionali, sul modello della battaglia campale di sfinimento e dell'occupazione militare. In questo, dimostrò sin da queste prime fasi un genio militare che lo porterà ad essere il militare più vittorioso dell'intera storia. Notoriamente il prussiano Carl von Clausewitz, il più sistematico esponente della nuova strategia militare, formatosi proprio nella campagne napoleoniche, avrà a definire la guerra "politica continuata con altri mezzi". Una definizione particolarmente azzeccata dopo la detonazione in tutt'Europa della dinamite rivoluzionaria. Nell'Italia e nella Germania invase dalle armate napoleoniche, la cultura filo-bonapartista farà da incubatrice al nazionalismo borghese dell'Ottocento che porterà a termine le due unificazioni nazionali perseguendo l'ideale del grande Stato-nazionale d'origine napoleonica. E questo benché le occupazioni napoleoniche fossero tutto fuorché indolori, e l'alto carico fiscale creasse sempre più malcontento presso le popolazioni occupate. Proprio in reazione a Napoleone nacque, parallelamente al fenomeno di collaborazionismo patriottico da parte di borghesia e aristocrazia illuminista, quello dell'insorgenza di popolo, con una forza e diffusione omogenea in tutt'Italia e fenomeni simili in Germania, per non parlare delle infuocate vicende iberiche immortalate dal Goya. La repressione delle armate di Napoleone verso il malcontento autoctono rimase sempre lungi dall'eguagliare la ferocia delle occupazioni d'epoca giacobina e direttoriale, ma non fu tenera, e ad essa si unirono in Italia le innumerevoli spoliazioni artistiche che andarono ad arricchire il Louvre. 


La popolarità di Napoleone e il fatto che il potere reale in questa nuova Francia rivoluzionaria dipendesse in buona parte dall'apparato militare in cui sempre più emergeva il suo ascendente non erano fatti ignoti al sempre più inconcludente Direttorio, che sperò di neutralizzare l'astro nascente del caporale còrso mandandolo lontano dall'Italia ove aveva conseguito tutti quei trionfi, anzi dall'Europa tutta. Fu spedito in Egitto, per contrastare l'Inghilterra che si delineava sempre più la vera nemesi della grande nation révolutionnaire. Qui Bonaparte continuò la costruzione della propria auto-visione titanica, all'inseguimento del mito di Alessandro, e sancì la riscoperta di quella stele di Rosetta presupposto cardine dell'egittologia moderna. Ma i trionfi egiziani di Napoleone non fecero che accrescere il suo prestigio, spingendolo a trarne le logiche conseguenze risalpando alla volta della patria, ove l'opinione pubblica lo invocava quale figura di sintesi capace di portare la Francia rivoluzionaria alle vette dandole al contempo finalmente la stabilità che le mancava da un decennio abbondante. In questo senso la sua avanzata verso Parigi è una galoppata trionfante che si trasforma in un colpo di stato (18 brumaio) e nella sua proclamazione a Premier Consul di Francia. Il richiamo all'immaginario romano antico, con la figura del console, non è nuovo presso la Rivoluzione francese: il riferimento ad un'Antichità classica stereotipata e idealizzata, discendente remoto della cultura rinascimentale, aveva spadroneggiato presso la cultura illuminista e rivoluzionaria, con l'enfasi sulle virtù repubblicane
²

Visto che Napoleone portò sempre avanti il lascito ideologico rivoluzionario nella sua sostanza, non si può dire che egli abbia "tradito" la Rivoluzione, come si è più volte suggestionato, non più di quanto Cesare, sconfitto Pompeo, abbia "tradito" il partito popolare. Si tratta d'un processo plebiscitario che va invece compreso nella sua essenza politica. Pare che Napoleone abbia dichiarato, suppergiù in questo periodo, che "dopo ogni rivoluzione il potere si rafforza". Il consolato, che produsse l'ennesima costituzione francese dallo scoppio della Rivoluzione, si configurava quale compiuto dispotismo militare, in cui il console esercitava poteri de facto dittatoriali coadiuvati da quello che nelle intenzioni di Sieyès doveva essere un notabilato rimpinguato dalla medio-alta borghesia, e che di fatto era invece la cerchia di marescialli e ufficiali del mastodontico esercito francese al diretto comando del console. Si può dire che questo fosse il suo braccio destro, laddove il sinistro era il parallelo apparato prefettizio che portava avanti l'opera di centralizzazione amministrativa capillare inaugurata dai re assoluti e consolidata dai rivoluzionari. David Chandler ne "I marescialli di Napoleone" (1987) passa in rassegna le principali figure di questi "proconsoli" di Bonaparte, dipendenti dal suo favoritismo sulla base di un criterio populista tipico dei despoti militari e che egli seppe incarnare con un carisma pressoché ineguagliato. Frattanto il console si andava consolidando quale figura d'ordine, capace di essere al contempo figlio ideale della Rivoluzione (e soprattutto suo esportatore, con il Codice Napoleonico e l'enfasi sul dato dell'espansionismo militare) e moderatore degli eccessi di quella ch'era ormai vista come la sua "prima fase" anarcoide, in cui l'ordine pubblico e la pace nazionale non avevano retto all'urto. Ma Napoleone, indubitabile custode delle virtù rivoluzionarie del 1789 e del 1792, era al contempo colui che sapeva ora riportare l'ordine ripulendo il campo da quegli eccessi che uomini privi del giusto polso non erano stati capaci di domare. 

Dopo l'imposizione d'una pacificazione mediante una seconda campagna italiana, ancor più di successo della prima, il titolo di console fu ratificato a Napoleone a vita. In un parallelismo sempre più perfetto con Cesare, suo più adatto modello d'epoca antica, Napoleone andava identificandosi carismaticamente con le istituzioni, e fu su consiglio del geniale e camaleontico Talleyrand se nel 1804 giunse definitivamente ad autoproclamarsi Imperatore dei francesi
³. Va notato come inizialmente egli fosse piuttosto restìo a questo titolo, che sapeva di restaurazione monarchica, essendo nell'animo un repubblicano profondo. Ma Talleyrand e la sua stessa riflessione personale lo convinsero che esistevano due tipi diversi di regalità, e lui era determinato ad incarnare la seconda, quella compatibile, nella sua visione, con la sostanza delle virtù repubblicane, quella sottilmente contradditoria d'un condottiero dinastico del proprio popolo sovrano. Nacque così, tra il richiamo ad Alessandro, a Cesare e a Carlo Magno, l'ambigua regalità bonapartista. Il titolo di empereur si ricollegava esplicitamente all'imperator romano, ch'era stato tale proprio in quanto capo dell'Impero tenuto unito dalle sue legioni. Un titolo dunque eminentemente militare, che pure non esiterà a mutuare in "re" per il Regno d'Italia d'area cisalpina. Il tentativo di Napoleone era quello di conquistarsi presso il popolo francese quella legittimità metapolitica e "psicologica" di cui ha parlato Guglielmo Ferrero, sulla quale la vecchia monarchia abolita nel 1792 aveva potuto contare per secoli grazie ad un profondo consolidamento storico-sociale organico presso la popolazione. Napoleone tentò di ricostituire su nuove basi ideologiche, quelle rivoluzionarie, un'autorità sovrana di tipo imperiale che potesse sostituire quella regia, con tanto di noblesse d'Empire ottenuta mediante la nobilitazione di ufficiali dell'esercito ed esponenti bonapartisti della borghesia nazionale. Ma l'eredità rivoluzionaria faceva di Napoleone uno strano sovrano, poggiante su presupposti implicitamente repubblicani e dispotico-militari ben lungi dalla vecchia paternità della figura regia, tanto che il dissenso monarchico rimase suo grande oppositore, non solo per un legittimismo di principio. Napoleone III con la moglie Eugenia sarà più attento a riprendere il progetto dello zio di consolidamento sovrano, e riuscirà ad ottenere con gli anni una semi-legittimità (in senso ferreriano), claudicante ma più solida, arenatasi poi a Sedan. 

Allo stesso modo l'imperialità bonapartista era ambigua su di un piano di richiamo all'ideale imperiale paneuropeo. Dopo essere asceso al trono, Napoleone s'appassionò particolarmente col tempo alla figura di Carlo Magno e al suo rappresentare un'Europa grossolanamente unita in epoca medievale, volgendosi al proposito di giustificare l'espansione della Francia non solo con l'esportazione delle idee rivoluzionarie e moderne, ma con la ricomposizione di un'Europa imperiale ed unita. In tal senso l'autentico erede di quel trono medievale, Francesco II, si affrettò ad abolire l'antico titolo di sacro romano imperatore nel timore che Napoleone potesse giungere ad usurparlo sedendosi sul trono di Carlo. In realtà, l'impero di cui parlava Napoleone era più simile al modello di Cesare che non a quello di Carlo Magno, all'antica ideologia della pax romana imposta dalle legioni e dal centralismo politico-culturale attorno ad una capitale forte che non all'ideologia medievale dell'Imperium come orbe pacifico e variopinto senza un vero centro. A separare Napoleone da quest'ultima visione⁵ non era solo il militarismo, ma il nazionalismo, che vedeva nell'"unificazione d'Europa" un'espansione della Francia, che arrivava addirittura all'imposizione del francese, la lingua rivoluzionaria, come lingua ufficiale sin dalla scuola nelle aree occupate in tutt'Europa (in Italia ad esempio subirono questo tentativo di "francesizzazione" Piemonte, Liguria, Lombardia, Toscana e Stato Pontificio). Lo stesso risveglio dei nazionalismi europei a collaborazione dell'avanzata napoleonica ha ben poco per non dire nulla a che vedere con il carattere locale e sovranazionale dell'imperialità medievale, e certo romanticismo nazionalistico fu costretto ad occultare questa verità inventandosi quello sguardo retrospettivo sulla presunta originale medievale delle appartenenze nazionali tanto giustamente criticata dalla storiografia sociologica di fine Novecento (Mosse, Nora, Anderson, Banti). 

L'Austria sempre più sfiancata dalle vittorie dell'Empereur, che stava creandosi una vera dinastia parvenu con il posizionamento tattico dei propri fratelli e sorelle sui troni detronizzati d'Europa, cedette infine alle sue pressioni e si risolse infine alla pace di Vienna nel 1809. Napoleone e Metternich pensarono di siglare la coesistenza tra i due grandi e così diversi imperi di Francia ed Austria con un matrimonio di stato. L'imperatore divorziò da Josephine di Beauharnais, l'amato amore di una vita pur tra lontananze e infedeltà continue, che aveva portato con sé sul trono nel 1804, e sposò Maria Luisa d'Asburgo-Lorena⁶: il figlio della Rivoluzione poteva ora generare un erede al trono (poi nato nel 1811) a cui trasmettere il sangue asburgico, e la speranza di poter riunire nelle sue mani i due imperi. Ma la caduta dell'aquila era di lì a venire. 

"Bruto dice che Cesare era un uomo ambizioso" (Shakespeare, "Julius Caesar"). L'ambizione ha ucciso più gatti della curiosità, ed anche qualche volpe come Napoleone. Fu la campagna di Russia (1812) ad arrestare l'astro nascente del bonapartismo, quando il piccolo caporale fattosi imperatore ruppe l'alleanza con quello Zar Alessandro ch'era stato suo amico fondamentale sperando di poter soggiogare anche la grande steppa al fuoco rivoluzionario della Grande Armée. Fu una debacle epocale: la spedizione era cominciata con 700.000 uomini, e si ritirò con appena 200.000: 400.000 erano stati i morti, 100.000 i prigionieri. Numeri esorbitanti nemmeno immaginabili appena vent'anni prima, quando la guerra era un fatto di milizie mercenarie numericamente contenute. La coscrizione obbligatoria era stata introdotta dalla Rivoluzione, nella convinzione che tutto il popolo dovesse fornire braccia ed entusiasmo all'esercito ispirandosi nuovamente al mito delle compagini militari dell'Antichità: era il parto delle grandi guerre di massa moderne, in cui contadini e persone comuni venivano strappate alla propria famiglia e alla propria comunità per diventare carne da cannone in nome di roboanti ideali di patria e d'ideologia. Certo, anche prima della coscrizione obbligatoria (che aveva pur mutato radicalmente le carte in tavola, già solo per l'introduzione di motivi d'odio nazionalistico e ideologico) la guerra europea non era mai stata un affare pulito e indolore, anzi, anche nei secoli precedenti aveva contemplato pagine bestiali. Solo tra Seicento e Settecento si era raggiunta finalmente una concezione a suo modo cavalleresca del conflitto, con eserciti di professionisti basati su un proprio codice etico, poche vittime e totale assenza di odio, bestialità ed accanimento. Tutto ciò era stato spazzato via dalla Rivoluzione che aveva trasformato la guerra nel bagno di sangue generale che avremmo visto all'ennesima potenza tra le trincee delle due guerre mondiali (con l'aggiunta di tutti i corollari di guerra estesa ai civili, bombardamenti e sistemi concentrazionari). Innegabilmente tutto ciò ha la sua prima grande espressione storica nelle colossali guerre d'epoca napoleonica. 

In una crisi senza precedenti, Napoleone si sentì proporre da Metternich quale unica via d'uscita la rinuncia ad ogni territorio assoggettato conservando sovranità sulla sola Francia, al che rispose spavaldo: "Che vengano a prendermi!". "Siete un uomo perduto", sentenziò calmo il diplomatico austriaco congendandosi cortesemente per l'ultima volta da lui, e non aveva torto. Sconfitto a Lipsia e abdicatario a Fontainebleau, fu destinato ad un esilio dorato (con tanto di piccola corte) all'isola d'Elba, mentre in Francia avveniva dopo vent'anni la restaurazione dell'antica monarchia con Luigi XVIII di Borbone. Ma il fulmine napoleonico si riaccese effimeramente coi "cento giorni": contando sullo scontento che la Restaurazione aveva inflitto ai ceti francesi nostalgici dell'epopea rivoluzionaria ed imperiale, Napoleone aveva eluso la sorveglianza della flotta inglese ed era sbarcato in Francia. L'ascendente sull'esercito, che era sempre lo stesso degli ultimi vent'anni (con tanto di conservazione dei marescialli napoleonici, come Ney e Bédoyère), riuscì a guadagnargli in poco tempo di nuovo quello stesso apparato che lo aveva portato al potere quindici anni prima, e aprì una marcia verso Parigi che sembrò riportarcelo un seconda volta. Tuttavia era un fuoco di paglia: una settima coalizione si unì e lo arrestò a Waterloo, mettendolo davanti alla realtà del tramonto di quella carismatica stella ch'era parsa brillare di nuovo. Stavolta fu esiliato a Sant'Elena, minuscolo isolotto dell'Atlantico, in un esilio ben meno dorato, ove avrebbe trovato la morte sorvegliato dalle guardie inglesi in quel proverbiale 5 maggio del 1821. 

Abbiamo rapidamente ripercorso la parabola di Napoleone Bonaparte per richiamare al lettore la sostanza del giudizio che si potrà dare su di lui. Un giudizio forse impossibile, proprio per via della complessità d'una figura sfaccettata che costringe a distinguere ed ampliare il discorso. Chi scrive, dà decisamente di Napoleone un giudizio storico-politico sostanzialmente negativo. Figlio della Rivoluzione, egli si costruì un trono carismatico che non smise mai di nascondere sotto gli ori delle aquile una mera dittatura militare rivoluzionaria. Il suo nazionalismo mise a ferro e fuoco l'Europa riempiendola di cadaveri, con occupazioni pesanti e oppressive sulla maggior parte della popolazione, seguendo entusiasmi ideologici e nazionali d'una virulenza mai vista prima d'allora, e in più episodi la spietatezza di Napoleone può meritargli l'appellativo di despota nel senso più duro della parola. Primo grande cesarista dell'età contemporanea, egli anticipò in qualche modo senza ombra di dubbio gli Hitler e gli Stalin. Tuttavia, bisogna dare a Cesare quel ch'è di Cesare (e al cesarista quel ch'è del cesarista). A differenza dei suoi "discendenti" del secolo successivo, Napoleone fu personalmente uno spirito grande, fatto d'una pasta diversa, e gli entusiasmi che seppe suscitare, benché affatto alieni a punte fanatiche ed antenati di quelli novecenteschi, avevano anche una propria magnanimità e genuinità di fondo impossibili da riscontrare nelle rabbie animali dei totalitarismi dittatoriali e democratici del "secolo breve". Chateaubriand, ch'era figlio della medesima temperie culturale in cui si era formato il giovane Napoleone (la piccola aristocrazia provinciale francese del calante Ancien Régime), dopo un iniziale abbaglio bonapartista ne aveva salutato provocatoriamente la salita al trono imperiale giurandogliela con un'epigrafe dal sapore squisitamente titanistico e classicistico: "Prospera invano Nerone, nel tuo impero è già nato Tacito!". Egli stesso ricorda il "suo" Nerone nelle memorie, decenni dopo il 5 maggio, confermando il proprio anti-bonapartismo e posando tuttavia cavallerescamente la sciabola per un'ammissione franca e profonda che può fare da epigrafe a questa nostra analisi: "In Napoleone vi furono tutta la gloria e tutta la miseria dell'uomo". 


Note:
1) Il movimento nazionalista còrso presentava quei caratteri radicali, rivoluzionari, illuministi e democratici che tanto lo faranno apprezzare a Rousseau. Il suo capofila, Pasquale Paoli, prenderà parte alla Rivoluzione dalla parte dei giacobini, ma simpatizzerà per l'opposizione indulgente (Danton, Desmoulins, Séchelles) contro il Terrore robespierriano, venendo formalmente accusato di tradimento dalla Convenzione. Riparato a Corte, proclamerà l'indipendenza della Corsica dalla Repubblica francese. Conscio da un lato dell'impossibilità d'una via indipendentista rivoluzionaria e dall'altro della simpatia per la causa nazionalista corsa presente nell'opinione pubblica britannica (come sarà poi per il caso italiano cinquant'anni dopo), sarà disposto a rinunziare alle proprie idee repubblicane pur di ottenere l'indipendenza, proponendosi come Viceré nel caso d'una annessione dell'isola alla Gran Bretagna. Conscio della natura repubblicana dei nazionalisti isolani e della difficoltà geopolitica pratica dinanzi alle reclamazioni francesi, il governo inglese non prenderà in considerazione l'offerta, così che Paoli morirà dopo undici anni d'esilio londinese, impossibilitato a rientrare nella Francia imperiale ormai retta dall'antico giovane indipendentista còrso Bonaparte. Benché oggi l'indipendentismo còrso insista spesso sulla particolarità della Corsica irriducibile tanto alla Francia quanto all'Italia, Paoli sia per consapevolezza del ceppo italico della lingua còrsa sia per simpatia con l'opinione pubblica del nascente nazionalismo carbonaro peninsulare, esprimerà opinioni chiaramente pan-italianiste. Pare che queste ultime fossero condivise in gioventù dallo stesso Napoleone, ch'era anche d'origine familiare toscana e sapeva leggere, scrivere e parlare italiano. Ancora nel 1808, stando alla testimonianza di Antonio Canova, privatamente Napoleone gli confesserà della propria fierezza di "essere italiano". 
2) Identificate arbitrariamente con gli ideali democratici della Rivoluzione, laddove la Repubblica romana era un'oligarchia senatoriale o al più un "regime misto" con una forte componente aristocratica (in periodica tensione con il tribunato plebeo). 
3) Il passaggio dalla dittatura plebiscitario-carismatica alla monarchia è da un certo punto di vista sbocco naturale, poiché la dinastizzazione è il mezzo più ovvio di istituzionalizzazione del karisma. Il condottiero carismatico, forte delle proprie qualità personali dinanzi al popolo, può essere solo un "grande fratello" destinato a morire, ma il trapasso di quelle qualità personali in quelle archetipiche di un padre benevolo della nazione è la via d'uscita più naturale da questo problema. Le stesse dinastie legittime d'altronde si sono originate quasi sempre da una antica istituzionalizzazione grossomodo analoga. A complicare le cose può essere l'esplicito richiamo repubblicano del dittatore carismatico, il che è vero nel caso di Napoleone come in quello di Cesare. Quest'ultimo non era un semplice demagogo (benché sia stato senz'altro il demagogo populista più mastodontico della storia), ma una figura dai tratti innegabilmente straordinari, capace di rappresentare nel momento di massima crisi della Repubblica la personificazione di un'autorità paterna di sintesi. Senonché la fobia anti-monarchica dell'ideologia repubblicana romana impedì anche solo l'ipotesi che Cesare potesse rappresentare come sarebbe stato naturale una monarchia nascente, ed anzi egli, tribuno se mai ve ne fu uno, fece di tutto proprio per fugare il dubbio che avesse in mente una restaurazione, avvicinandosi piuttosto al modello del tyrannos popolare. Ma i custodi dell'ordine tradizionale videro l'eversione implicita e l'uccisero, ed Augusto preferì poi una restaurazione dell'ordine repubblicano sottoposto alla tutela di un eterno "grande fratello" dai caratteri carismatico-militari (con una necessità continua da parte degli imperatores, derivante proprio dalla mancata dinastizzazione, di riconfermare il consenso presso le legioni). Analogamente non va dimenticato che l'inno ufficioso dell'impero napoleonico, le "Chant du départ", parlava di "infâme royauté" esortando i francesi napoleonici al grido di "la République vous appelle"; e queste contraddizioni persistevano anche dopo la paventata svolta che (nella sua fragile provvisorietà geopolitica) sembrò rappresentare il trattato di Vienna. Di esempi moderni di questo processo ve ne sono diversi, a cominciare da Cromwell che tentò velleitariamente di passare al figlio Richard il titolo di Lord Protector. Il maresciallo Achmet Bej Zogu che instaurò un regime militare in Albania negli anni '20 si autoproclamò nel 1928 Re Zog I d'Albania, riuscendo a conseguire in pochi anni una certa "legittimità" presso la popolazione salvo venir detronizzato già nel 1939 dall'invasione italiana. Nello stesso 1939 l'eccentrico franchista Ernesto Giménez Caballero, considerato "il d'Annunzio spagnolo", suggestionò un matrimonio tra Pilar Primo de Rivera (sorella di José Antonio, defunto fondatore della Falange) e Hitler, per moderare l'estremismo di quest'ultimo e istituzionalizzare il karisma mediante una "monarchia fascista europea", progetto naturalmente nemmeno discusso tenendo anche conto dell'ultra-repubblicanesimo nazionalsocialista. È certo che Stalin abbia esplicitato più volte ai propri collaboratori l'idea che il sommo potere sovietico dovesse essere più efficacemente rappresentato non già da una cerchia di anonimi burocrati di partito, bensì da un Vohž'd che si richiamasse in senso comunista al lascito metapolitico dell'abbattuta autorità zarista, benché egli fosse certo chiuso ad ogni ipotesi di selezione ereditaria. Non così i Kim in Corea del Nord, che hanno instaurato (de facto, mai de iure, sempre per lo stesso motivo) una grottesca struttura monarchico-dinastica a coronamento d'un totalitarismo comunista. 
4) Sempre sull'onda della continuità di fondo tra la monarchia assoluta di Luigi XIV e la nuova Francia rivoluzionaria di Napoleone va notato come già Bossuet avesse predicato ad un giovincello Re Sole come il Regno di Francia fosse il legittimo erede dell'Impero medievale, e non il Sacro Romano Impero. La contesa nazionalistica della figura di Carlo Magno tra francesi e tedeschi sarebbe durata per tutto l'Ottocento. 
5) Da Joseph Roth a Stephen Zweig a Julius Evola, diversi autori hanno invitato a non confondere il concetto di "impero" (nel senso medievale) e quello di "imperialismo". Quest'ultimo è infatti fenomeno moderno e contemporaneo, prodotto degli Stati nazionali ed estensione del nazionalismo, prevedendo assoggettamento di nazioni sconfitte al volere e dominio di una vincitrice. L'ideale medievale dell'Imperium viceversa era quello di una coesistenza organica e pacifica, in una distinzione di due livelli diversi e paralleli di autorità tra sovrani locali e imperatore. Si trattò in massima misura d'una chimera idealistica, ma anche nell'ambito ristretto del Sacro Romano Impero d'inizio Ottocento la coesistenza era tra kleinstaat indipendenti e liberi nella superiore orbita imperiale, senza velleità di conquista né tantomeno suprematismi identitari. La prima strumentalizzazione moderna dell'ideale imperiale avviene proprio ad opera di Napoleone, poi di Bismarck (benché, nonostante tutti i suoi numerosi difetti, la Germania guglielmina fosse in grossolana continuità con quella pre-moderna un modello assai meno oppressivo e leviatanico degli altri due, conservando addirittura legislazioni e sovrani locali), infine di un Hitler in crisi. Il richiamo del nazionalistico Secondo Reich (e a maggior ragione del Terzo) all'Imperium medievale è un artificio romantico, e attribuire a Carlo Magno, agli Ottoni, agli Svevi o a Carlo V una forma di nazionalismo tedesco non sarebbe meno grossolano e anacronistico dell'attribuirne una di nazionalismo italiano a Cesare e Ottaviano, ai comuni lombardi, a Pietro Micca o ai vespri siciliani. Semmai nell'Imperium vi fu un anelito a quella che chiameremmo oggi un'unità d'Europa, in senso organico e completamente sovranazionale. Per tutti questi motivi Napoleone (come tantomeno Hitler che a lui pretese di richiamarsi) non può in alcun modo esser ricollegato all'Imperium o all'idea organica di unità europea, essendo al contrario il suo un moderno imperialismo a carattere nazionalistico francese. Si paragoni l'universalismo di origine medievale, in cui ad esempio pur essendo l'imperatore post-carolingio germanico la Germania non godeva di alcun primato politico, culturale o centralizzato di sorta, con l'imposizione nelle zone occupate da Napoleone della lingua francese e di un centralismo burocratico su Parigi, e ancor più grossolanamente con le distinzioni suprematistico-etniche introdotte nei territori occupati dal Terzo Reich e volte a fare dei tedeschi una sorta di classe razziale primaria.  
6) Maria Luisa (chiamata in italiano anche Maria Luigia), tornata a Vienna dopo la caduta del marito, sarebbe poi divenuta Duchessa di Parma e Piacenza, e come tale sarebbe stata quivi ricordata per anni lasciando di sé un ricordo tanto amorevole ed affettuoso da venir rispettato anche dai rivoluzionari del 1848 (poco dopo la sua morte). Napoleone II, il figlio che aveva dato a Napoleone, a cui era stato impresso l'enfatico titolo di "Re di Roma", sarebbe morto molto giovane nel 1832 di polmonite. Seguendo la madre alla corte austriaca fu qui accolto sinceramente dal nonno, ma tenuto oculatamente lontano da ogni ipotesi politica, nel timore del bonapartismo che seguitava a vederlo quale erede al trono del padre. Il suo nome abituale divenne Franz (era battezzato "Napoleone Francesco Giuseppe Carlo"), e gli fu conferito il titolo di Duca di Reichstadt. Inizialmente integrato molto bene alla corte asburgica, ed avviato alla carriera militare come cadetto, col tempo sviluppò in reazione alla propria palese emarginazione politica un culto della figura "proibita" del padre, arrivando a dire che Josephine sarebbe stata per lui una madre migliore di Maria Luisa. Non si ribellò comunque mai alla corte viennese (benché i bonapartisti parigini nel 1830 avessero gridato "Vive Napoléon II!"), complice forse anche la prematura dipartita. 

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